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Marpiccolo e il cinema d’azione italiano, intervista ad Alessandro di Robilant

Di Gabriele Niola

giulio beranek - marpiccolo
C’è la malavita, c’è un pesce piccolo che ha voglia di emergere e per farlo va a rubare a casa del temuto boss, c’è una ragazza e c’è un luogo dove vivere tranquillamente è impossibile, dove amare è difficile e morire facilissimo ma dove i protagonisti lottano per tenere la schiena dritta. Potrebbe essere un film di gangster americano e invece è un film italiano, Marpiccolo di Alessandro di Robilant, opera dalla categorizzazione incerta ma di sicuro impatto.
Oggi non abbiamo i generi in Italia, non facciamo più film d’azione, polizieschi, horror e via dicendo. I pochi che facciamo sono abbastanza ridicoli. Eppure c’è ancora un contesto in cui un personaggio italiano può tenere in mano una pistola e sparare senza pietà non risultando ridicolo ed è quello delle amare periferie meridionali dove le piccole vite sono strette tra la povertà delle famiglie, il desiderio di riscatto impossibile e le costrizioni violente di chi ha più potere.

Marpiccolo, ambientato a Taranto, è così e racconta, nelle parole del regista, di gente che cerca di “conservare la dignità quando tutto gli è contro quando farlo è un’impresa. Mi commuove chi cerca di stare con la schiena dritta“.

E’ dunque questo l’ultimo vero genere del cinema italiano?
Non lo so ma se ci dovesse essere un genere civile d’azione sarei davvero contento. In effetti c’è la struttura di perdizione e io ho sempre amato il cinema di genere come anche l’applicare quelle regole in contesti che non sono quelli tipici. Amo che ci sia una trama forte che non faccia prevalere il messaggio o comunque la struttura seriosa sul film, malgrado comunque queste cose ci siano. Il film è serio ma non va necessariamente raccontato in maniera seria, si può fare sano intrattenimento“.

In Italia questo tipo di film si stanno affermando sempre di più come aveva immaginato il film prima di girarlo?
Volevo rendere l’idea di City of God cioè gli ultimi degli ultimi degli ultimi degli ultimi, i dimenticati. E volevo far capire come anch’essi ridano, piangano, scopino, corrano, giochino ecc. ecc. Perchè la vita e la vitalità non è solo di chi vive bene. Ci tenevo che di questo quartiere si avesse l’idea che la gente è reattiva e piena di energia, non cupa. La cosa interessante poi è come davvero le paladine di tutto questo siano le donne che in queste zone sono la forza della natura“.

Ma andiamo con ordine, innanzitutto c’è una donna amata
Si, la ragazza del protagonista è il pezzo forte, perchè legge la vita in maniera opposta a lui. Non cerca la scorciatoia ma vuole costruire una vita normale là dove farlo è un’impresa“.

Poi c’è la spalla, l’amico di colore, una scelta strana data l’ambientazione
L’idea di avere un coprotagonista di colore è venuta perchè ho incontrato quel ragazzo, era veramente forte in più mi piaceva l’idea di esprimere la vera tarantinità con un ragazzo del Madagascar. Mi ha conquistato con il suo eloquio e con un’intelligenza brillante“.

Infine, come tipico del genere, gli attori non sono tutti noti, specie i protagonisti
Si, fin dall’inizio avevo deciso che quei personaggi dovevano essere affidati a non professionisti, li abbiamo presi tra le persone che abitano davvero quel quartiere, scelti tra 4.000 candidati battendo scuole e circoli sportivi. La cosa divertente è che ogni preside ci mandava i più meritevoli dell’istituto che erano esattamente quelli che non cercavamo. Però poi una preside ci ha mandato Giulio [Beranek] che non voleva per nulla fare il provino.
I professionisti invece li ho scelti con il solito casting, nulla di particolare. Ho privilegiato chiaramente i pugliesi e i tarantini, come Michele Riondino che è proprio del quartiere dove è ambientata la storia
“.

Quanto c’è di vero alla fine?
Si parte da un libro, quindi dalla finzione, ma il contesto è proprio così e anche la storia dell’antenna è vera. In Puglia non c’è una mafia organizzata ma qualcosa di più atomizzato, non c’è il vero crimine organizzato ma la violenta sopraffazione dei singoli signorotti locali. Un vero Far West. Ancora una volta un genere“.


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