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Marco Campogiani, intervista esclusiva per ScreenWeek

Di Gabriele Farina

Abbiamo avuto modo di incontrare Marco Campogiani al Torino Film Festival, ne è scaturita questa intervista cui il regista si è prestato con grande disponibilità.

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Marco Campogiani, autore de La cosa giusta, pellicola che affronta uno dei temi più caldi della società attuale. Differenze culturali, paura dell’altro, integrazione, sbaglio o sono questi i temi su cui il film vuole far riflettere?

Il film vuole, prima di tutto, non annoiare. Far sorridere, e magari proprio ridere, senza essere per forza stupido. Se annoi, puoi fare tutte le riflessioni più belle e profonde, ma nessuno se ne interesserà. Questo è il primo punto. In secondo luogo non mi piacciono i film che fanno la “predica”, che ostentano un messaggio, che ricattano lo spettatore dicendogli “ho un messaggio importante, parlo di cose elevate, se non ti piaccio la colpa è tua che sei ignorante”. I messaggi si spediscono alla posta, per andare al cinema ci vorrebbe altro.
Poi certo il film dovrebbe portare a riflettere, a ragionare, a farsi delle domande, ma nel senso che si può pensare senza per forza assumere il cupo atteggiamento “pensoso”. Il tema è certo quello dei rapporti tra le persone, dell’amicizia, dell’incontro con l’estraneo al di là dei pre-giudizi, ricordando che ogni persona è una singola persona. Di sicuro in questi anni vediamo alzarsi nuovamente il muro della diffidenza, della xenofobia, della paura e del pregiudizio a priori. Ma questi argomenti si devono affrontare in modo obliquo, cinematografico. Un film non è un pamphlet.
In Italia c’è uno sceneggiatore molto bravo, Fabio Bonifacci, che in alcune sue sceneggiature parla di cose importanti (rapporto con l’altro, diversità) ma lo fa attraverso una commedia esilarante, secondo me degna di Billy Wilder. Non sono così bravo, ma mi sembra una strada da seguire anche per riconquistare un rapporto con un pubblico che sembra rifiutare in toto le proposte che esibiscono una forte marca autoriale.

Il film è più attento ai rapporti umani che non alla vicenda giudiziaria che racconta, di cui effettivamente scopriamo poco altro se non le sue conclusioni. Addirittura ad un certo punto viene il dubbio che Khalid sia veramente colpevole. Hai voluto lasciare il tarlo nello spettatore o semplicemente non era la vicenda giudiziaria ad interessarti?

Un film non è un’aula di tribunale. La vicenda giudiziaria-processuale che racconto prende spunto da un caso di cronaca, da una vicenda realissima e dura, ma un film non emette sentenze e non ripara torti, sopratutto in una vicenda complessa, che si direbbe (se non fosse termine abusato) “kafkiana”.
Il fatto innesca la storia e le dà uno scheletro di trama, ma quello che mi interessava era l’incontro di 3 “estranei” (2 poliziotti molto diversi tra loro e un sospettato): dapprima uno sguardo dall’esterno, oggettivo, dei due verso l’Altro, e poi uno sguardo partecipato, dall’interno, umano, di soggetti, di singoli personaggi che si incontrano. Mettere insieme “guardie e ladri”, per così dire, in un rapporto insolito, con aspetti paradossali e dagli esiti imprevedibili, tenendo viva la domanda semplice e fondamentale di un film: “come andrà a finire?”. Con un chiaro tono da commedia, ma con un retrogusto amarissimo. Sul finale non svelo nulla: ho pensato a lungo a un finale più conciliatorio, diciamo più positivo, ma poi ho deciso di mantenermi fedele all’ispirazione iniziale, perché volevo che il film rispecchiasse l’incertezza, la lacerazione, quella rinnovata “opacità” del mondo che sento presente. C’è una difficoltà a conoscere e confrontarsi, una diffidenza crescente verso l’estraneo. E credo che abbia un senso rappresentarla, senza ricomporre lo strappo nel racconto, per quanto ciò possa apparire, alla fine, gradevole e rassicurante.

Un cast di attori molto credibile con un Ennio Fantastichini veramente a suo agio nel ruolo. Per te che sei al tuo primo lungometraggio sicuramente una bella soddisfazione. Com’era il clima sul set?

Con gli attori il clima era ottimo. Sono stato molto fortunato a lavorare con grandi professionisti. Devo dire che loro, lavorando con me, alla prima esperienza dietro la macchina da presa, sono stati anche molto pazienti e li ringrazierò sempre. Per quanto riguarda Ennio, il personaggio non è scritto su misura per lui, ma gli calza perfettamente. Paolo e Ahmed sono bravissimi. Voglio ringraziare Camilla Fillippi e Samya Abbary, secondo me davvero brave e intense.

A proposito di attori, compare in un piccolo cameo senza battute anche il filosofo Gianni Vattimo. C’è un motivo particolare per cui l’hai voluto… ha accettato subito?

Ha accettato subito, sì. Ho pensato a lui perché:

1. aveva il physique du rôle;
2. ho fatto lunghi studi filosofici che in qualche modo c’entrano con il mio approccio alla sceneggiatura;
3. nascosto in qualche anfratto del film, sotto le apparenze, come un fiume carsico, dovrebbe esserci una sottotrama filosofica (nessuno se ne accorgerà, ma io ce l’ho messa, credo).
4. Torino inoltre è anche la città di Nietzsche, e della sua pazzia. Uno degli scritti nicciani più importanti si intitola Il viandante e la sua ombra; titolo che si attaglia bene anche alla trama del film. Vattimo è stato uno degli studiosi italiani più importanti del filosofo tedesco, a partire dalla rilettura fatta in Il soggetto e la maschera.
5. Il personaggio di Khalid, per come lo immagino, è una specie di novello Socrate, per così dire: ne condivide l’ironia (i Dialoghi platonici, alla base della filosofia occidentale, sono però anche tra le cose più divertenti che si possa leggere), l’amore per il dialogo e il ragionamento pacato, la curiosità, l’incontro con lo Straniero, e anche una vicenda giudiziaria, un’accusa probabilmente ingiusta, ma non del tutto immotivata. Socrate prendeva in giro gli interlocutori, con ironia. Ci sapeva fare.
6. Nietzsche “detestava” Socrate (diciamo così, semplificando); rimetterli insieme, per interposta persona, mi sembrava divertente.
7. perché no?

Torino rimarrà probabilmente legata per sempre alla tua carriera. Il film è ambientato in città (che hai reso splendidamente) ed è stato presentato con ottimi riscontri al Torino Film Festival. Qual è il tuo rapporto con questa città?

Per la verità io Torino sostanzialmente non la conoscevo. Di solito, andando in una città, faccio di tutto per orientarmi subito, nel minor tempo possibile. Mi ci metto d’impegno, guardo le cartine, leggo, giro tanto. Un lavoro. Cerco di sentirmi a casa nel più breve tempo possibile. Questa volta no. Sin da quando sono arrivato, per i sopralluoghi, ho scelto di non conoscere Torino. E non tanto perché ero troppo impegnato a lavorare. Ho scelto di fare così. Volevo che il mio sguardo su Torino fosse, come si suol dire, “vergine”, o meglio quello di un “estraneo”. Nessuno dei tre personaggi principali della storia è originario di Torino: due ci abitano da tempo e il terzo sta cercando di metterci radici.
Così vedevo un luogo, sceglievo un posto, senza pensare (ad esempio) “è vicino a…”, “dietro questo luogo c’è questa storia” ecc., insomma senza riferimenti ad altro. Non so se ho fatto bene, mi sembrava una cosa sensata, per questo film.
Un aneddoto. Un giorno ho fatto i sopralluoghi su Google Maps. Dovevamo girare una scena in un bar, a Moncalieri, e forse nel pomeriggio avremmo trovato anche il tempo di girare un’altra scena, ma senza poter spostare i mezzi della troupe. Così la mattina, prima di partire per il set, mi sono collegato dal computer dell’albergo e ho consultato le mappe satellitari, e vicino al bar di Moncalieri ho individuato dall’alto il posto in cui avremmo potuto girare la scena centrale del film, una landa sperduta e innevata. Siamo andati lì con l’auto e il punto era – credo – perfetto, anche a giudizio del direttore della fotografia. La scena che abbiamo girato lì non è tra le più brutte, direi.
La scena, se volete vedere quello che ho visto io per scegliere, è stata girata qui.
Poi Torino ovviamente l’ho conosciuta meglio. E sopratutto a Torino abbiamo presentato il film, e quindi visto veramente il film per la prima volta, insieme al pubblico. E’ stata una bella cosa, sentire il pubblico, ridere e ragionare insieme a loro.

La cosa giusta è già in sala al Cinema Massimo a Torino ed uscirà venerdì 27 nel resto d’Italia.

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