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La cosa giusta, recensione dal Torino Film Festival

Di Gabriele Farina

E finalmente irrompe la mia Torino nel suo Film Festival.
Lo fa con un film amaro e divertente, perfettamente e drammaticamente attuale.
Una commedia amara, come dice lo stesso Marco Campogiani del suo La cosa giusta.

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Eugenio è un giovane e voglioso poliziotto che studia l’arabo per cercare di comprendere le culture diverse. Sta per sposarsi quando gli viene affidato l’incarico di pedinare un presunto terrorista uscito dal carcere perchè assolto in primo grado.
Al suo fianco c’è Duccio, poliziotto più esperto e disilluso dalle esperienze vissute.
Il pedinamento fallisce immediatamente perchè Khalid si accorge che i due lo seguono, ma in seguito a minacce ricevute da un sedicente gruppo padano, il pedinamento  si trasforma in una forma di protezione.
I due si trovano a far da scorta al tunisino.
Inevitabilmente iniziano a comprenderlo e a conoscerlo e non è una sopresa che Khalid venga assolto anche in appello.
Curiosamente però, l’uomo viene espulso come indesiderato ed è costretto a tornare in Tunisia.

A questo punto finto finale e subito dopo ci ritroviamo a Tunisi con Eugenio in viaggio di nozze.
Ovviamente il giovane ne approfitta per andare a salutare l’ormai amico Khalid (sempre sorvegliato, anche in patria) il quale gli consegna una lettera per la moglie rimasta in Italia.
Proprio la lettera incastra Eugenio che viene arrestato per complicità con un presunto terrorista (aridaje) e a sua volta espulso.
Ed il cerchio si chiude.

La cosa giusta è molto ben fatto, divertente, ironico e riflessivo nei momenti giusti.
Si sprecano le situazioni da commedia classica e particolarmente esilarante è la sequenza in cui Khalid rivela ai due di essersi accorto del pedinamento.
Ma nel film c’è molto di più.
C’è una profonda riflessione sulla situazione mondiale, sulla paura, sui pregiudizi, sulla difficoltà di convivenza.

E naturalmente c’è un Ennio Fantastichini ormai inarrestabile, capace di trasformare in oro ogni sua interpretazione e spesso di trascinarsi dietro il film in questione.
Ma qui sono molto bravi anche Paolo Briguglia e Ahmed Hafiene, convincenti e ben calati nei loro ruoli.

E poi c’è Torino, come spesso accade protagonista più che location, incapace (come dicono in sala Campogiani e Amelio) di fare da sfondo, impossibile da riprendere come cartolina.
Perchè Torino si impone con i suoi luoghi riconoscibili e con quelli (che mai possono essere) neutri.
E Campogiani è bravo ad utilizzare la città scegliendo scorci che danno luce alla fotografia, che rendono splendenti le inquadrature.

In definitiva un ottimo film, magari da rivedere quando uscirà in sala perchè ho l’impressione netta che nasconda ancora qualcosa.

soloparolesparse

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