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Kinatay, la recensione dal Torino Film Festival

Di Gabriele Farina

Se soffrite di mal di mare, mal d’auto o qualunque sindrome che causi nausea in seguito a movimenti ondulatori, tenetevi lontani dai film di Brillante Mendoza.
Sua abitudine sembra infatti quella di spostare liberamente la macchina da presa in giro sul set, seguendo i personaggi, abbandonandoli, ritornando indietro. Movimenti bruschi, carrellate esagerate, fa tutto parte del suo repertorio.
E questo Kinatay non abbandona lo stile del suo autore.

kinatai

Peping e Cecille hanno vent’anni ed un bambino di pochi mesi e finalmente decidono di sposarsi.
Lui è allievo alla scuola di polizia, sperando in un buon posto, magari nel reparto in motocicletta.
Ogni tanto però da una mano ad un amico in piccole operazioni di taglieggio o di spaccio.
Lo fa così… come se nulla fosse, forse un modo per portare qualche soldo a casa.
Una sera però finisce nel furgoncino del boss e partecipa, suo malgrado, ad un rapimento punitivo che finisce in tragedia.

Le sequenze iniziali sono svianti.
Siamo in un mercato di Manila, tanta luce, tanta confusione, un traffico esagerato, macchine ovunque. Bello l’affresco delle strade filippine e della popolazione che le affolla.
Ben presto però entriamo nel cuore della vicenda, assistiamo al rapimento della prostituta e ci troviamo sul furgoncino.
E qui inizia un’infinita sequenza nella notte. Una sequenza lunga, lenta, buia.
Così ad occhio sarà almeno mezz’ora, quaranta minuti di viaggio, tutti passati ad osservare cosa (non) accade e a scrutare il volto di Peping, prima preoccupato, poi dubbioso, infine terrorizzato.

Quando il ragazzo capisce in che guaio è andato ad infilarsi cerca in tutti i modi di venirne fuori. E quando poi capirà che per la ragazza non c’è via d’uscita lo vediamo dubbioso, sconvolto, voglioso di reagire ma incapace di prendere un’iniziativa utile.
E seguendolo sale la tensione, cresce la suspance nell’attesa che lui intervenga, che faccia qualcosa, che salvi la ragazza.
Ma non ha la forza né la capacità di fare nulla e finisce così inevitabilmente per farsi trascinare dall’onda in un finale drammatico.

Kinatay è un film cupo, scuro (non solo nei toni, ma anche in una fotografia spesso difficile da seguire).
Ci mostra uno spaccato della società filippina lasciando intendere in diversi momenti anche la presenza di una forte corruzione all’interno della polizia.

Solo che proprio non riesco a decidere come classificare il film.
Siamo di fronte ad un noir?
Non direi.
Un dramma, forse?
Non del tutto.
C’è anche una spruzzatina di horror.
Forse è solo meglio smetterla con questa storia di classificare ad ogni costo un film.

soloparolesparse

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