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06 novembre 2009 • 11:06 • Scritto da Gabriele Niola

Gli Abbracci Spezzati, la recensione

Un regista cieco ricorda la sua prima commedia, l'amore per la sua protagonista sposata con il produttore e il loro travaglio sentimentale
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Gli abbracci spezzati poster ItaliaRegia: Pedro Almodòvar
Cast: Penélope Cruz, Rossy De Palma, Rubén Ochandiano, Carlos Leal, Ángela Molina, Lola Dueñas, Lluís Homar, Tamar Novas, Blanca Portillo
Durata: 124 minuti
Anno: 2009

Non ho mai nascosto la mia passione per il cinema classicissimo rielaborato, ricucinato e rimestato di Almodovar, l’amore per le sue trame implausibili, le sue trovate da feuilleton, la sua messa in scena barocca e il suo sentimentalismo che sa essere spicciolo con pathos, insomma per tutte quelle cose che altrove sono citate come difetti ma che nei film di Almodovar trovano un equilibrio, una maestria e una partecipazione inedite che li rende espedienti per un grande racconto. Come se lui fosse il primo a non riuscire a non commuoversi nel raccontare quelle storie.
Se c’è una caratteristica su tutte che citerei come emblematica del regista spagnolo è la capacità e la volontà di fare racconti che siano tali nel senso più stretto. Intrecci fortissimi, trame complesse colme di risvolti e personaggi emblematici. La versione gay di Tarantino.

Preciso tutto questo perchè è proprio quello che manca in Gli Abbracci Spezzati. Nonostante si pianga spesso, nonostante ci siano diverse sublimi implausibilità e nonostante il discorso di fondo sia ancora una volta sulla potenza e l’importanza dei racconti che facciamo agli altri e a noi stessi, stavolta manca il vero pathos, manca cioè una sostanza dietro i pianti e gli occhi lucidi dei personaggi. Stavolta Pedro è il primo a non commuoversi per la storia che racconta.

Gli Abbracci Spezzati è narrato per ellissi temporali, come spesso si è visto nella sua produzione recente, e mette in scena il rapporto passionale tra un regista e la sua attrice contrastato dal vecchio marito di lei che è anche produttore del film. Si parte dal melodrammatico per finire con tinte noiresche date dalla fuga d’amore dei due.
Questa volta sembra che a fronte delle sempre straordinarie idee di messa in scena (le coperte soffocanti, l’autodoppiaggio e altre mille che non citerò) manchi qualcosa di vero da raccontare. La storia dell’amore travolgente non sa essere più feroce incazzatura come nei primi film del maestro, nè splendida indulgenza verso le donne come nella produzione dei tardi anni ’90 e nemmeno puro entertainment come spesso è capitato. Stavolta è un melodramma poco sapido come tanti altri che si vedono in giro.

Piccole godurie per fan sono i rimestamenti del cinema almodovariano: il film nel film (Donne sull’orlo di una crisi di nervi), la scena di Viaggio In Italia (già citato in Il fiore del mio segreto), l’ossessione delle riprese già vista in Kika, l’espediente della traduzione sonora di qualcosa che è muto (Tacchi a spillo, ma anche Donne sull’orlo di una crisi di nervi) e la disabilità fisica (Carne Tremula).

Il maestro perde la sua vena? Uno scivolone o un altro tassello nella grande serie di melò spagnoli? Qui le altre critiche

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