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Adàs – Transimission, recensione dal Torino Film Festival

Di Gabriele Farina

Avete mai pensato a come sarebbe il nostro mondo se all’improvviso non funzionassero più tutti i monitor che utilizziamo quotidianamente?
Niente più televisione, niente computer, niente nemmeno telefonini.
Dev’essere più o meno l’idea da cui è partito Roland Vranik per realizzare questo Adàs – Transmission.

adas

Entriamo nella storia con la vicenda già nel cuore del problema.
Il mondo (o per lo meno il paese ungherese che vediamo) è rimasto senza corrente elettrica da un tempo imprecisato.
(In realtà si parla sempre e solo di monitor non funzionanti ma è evidente che è l’elettricità in assoluto a mancare completamente).

Nessuna spiegazione, non sappiamo cosa è successo, vediamo solo il mondo che prova a fatica a riorganizzarsi.
In una casa di riposo alcuni anziani sono comunque piantati davanti ad un televisore spento (difficile perdere abitudini portate avanti per anni).
In una palestra ci si organizza per utilizzare le cyclette come generatori per caricare batterie da automobili.
Automobili che non circolano perchè le poche batterie servono per altre urgenze.
Chi può si organizza con generatori a gasolio (fino a quando questo sarà disponibile), si mangia pesce perchè basta pescarlo, mentre la carne deve essere macellata.

Seguiamo la storia attraverso le vicende di tre fratelli. Storie che si intrecciano e finiscono per toccarsi, per fondersi, per aiutarsi nel momento del bisogno.
Ma l’impressione è che queste storie siano una scusa per analizzare altro, per riflettere su una ipotesi nemmeno troppo remota.
Se davvero dovessimo trovarci in un mondo nuovo come ci organizzeremmo?

Il nuovo mondo è silenzioso, niente macchine, niente lavori, niente musica e soprattutto è un mondo lento.
Sono cambiate le priorità, le necessità e ci si muove come ci si muoveva centocinquanta anni fa: piano.
La pellicola non risente di questa lentezza, la accoglie, la fa sua e riesce a restituirla ripulita e molto evidente.

Un solo accenno ai protagonisti.
Uno di loro costruisce un muro nel suo giardino, un muro che blocca la bella vista del mare (un tentativo di proteggersi, di isolarsi da quello che sta accadendo?).
Poi però in questo muro apre una finestra, uno spazio rettangolare che permette di guardare fuori. Ed il film si chiude con l’inquadratura di quanto succede nel cortile incorniciato proprio da questo nuovo spazio.
Che guarda un pò, a me ricorda proprio uno schermo televisivo.

soloparolesparse


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