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Parnassus, la recensione da Roma

Di Marco Triolo

Parnassus Luomo che voleva ingannare il diavolo Poster Italia

Evviva Terry Gilliam, e sapete perchè? Perché quando è morto Heath Ledger, tutti pensavano che Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo sarebbe venuto un disastro. D’altra parte, se la star principale scompare a metà riprese, come si fa a sperare che il prodotto finale sarà qualcosa di più di un collage di materiale sparso? Invece, Gilliam, da buon Monty Python, la fa in barba a tutti e riesce a confezionare un ottimo prodotto, affascinante come il suo protagonista, oscuro come la sua precoce dipartita e allo stesso tempo colorato quanto le animazioni che resero Gilliam celebre negli anni del Flying Circus. E di un circo itinerante si parla anche in Parnassus, che è la storia di un sgangherato gruppo di artisti di strada che nascondono segreti impensabili: il loro leader, il Dottor Parnassus (Christopher Plummer), è un monaco vecchio mille anni, che ha stretto un patto col Diavolo (un grandissimo Tom Waits) in cambio della vita eterna. Anni dopo, per liberarsi da un’esistenza che è diventata una maledizione, Parnassus stipula un nuovo patto, e può tornare ad amare. Ma in cambio, il Demonio gli chiede qualcosa di terribile…

Parnassus potrebbe essere definito “Faust secondo Gilliam”: una storia di dannazione, patti scellerati e eterna sofferenza. Ma è anche, incredibilmente, un film su una dipendenza dal gioco d’azzardo – Parnassus non riesce a smettere di scommetere con la propria vita e con quelle dei suoi cari – e soprattutto sull’immaginazione e sulla narrazione. Infatti, come dice il Dottore, “non si può impedire che una storia venga raccontata“. Dunque Parnassus è tanto Faust quanto Gilliam, in fondo.

Il vero protagonista del film è ovviamente Heath Ledger, che condivide il suo personaggio, Tony, con gli attori che hanno contribuito a finire il film, ovvero Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell. Ledger è bravissimo, ma c’è bisogno di dirlo? Ancora una volta, siamo costretti a chiederci cosa avrebbe combinato se fosse rimasto con noi ancora un altro po’. Affascinante seduttore, Ledger gioca con la sua capacità di mutare accento, con il suo estro da palcoscenico che tanto ci ha stupiti ne Il cavaliere oscuro. Non sono da meno gli altri, Depp su tutti: c’è anche una certa somiglianza tra i due, e l’effetto è ancora più impressionante. Ottimo anche Colin Farrell, che Gilliam ha definito in conferenza “più oscuro” degli altri interpreti, dunque perfetto per il finale.

Per fortuna, Ledger aveva girato buona parte delle sequenze “terrene”, mentre le parti in cui si entra nello specchio di Parnassus, e dunque nella mente del monaco, sono quelle in cui appaiono i “sostituti”. Per giustificare il passaggio da un attore all’altro, viene detto che entrare nello specchio può provocare un cambiamento nell’aspetto fisico. La cosa funziona benone, e l’effetto “opera postuma” e quasi totalmente evitato. Fa comunque impressione vedere Ledger che entra in scena, all’inizio del film, impiccato sotto un ponte. Sembra brutto da dire, ma bisogna ammettere che la tragica morte di Ledger aggiunge un livello di atmosfera non previsto dal regista. Però diciamolo: non è questo fascino morboso a salvare il film, che già di per sé è un’opera molto riuscita, dotata della grande inventiva che ormai tutti si aspettano da Terry Gilliam. Heath Ledger, ovunque sia, potrà essere fiero del suo ultimo film.


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