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La Battaglia dei Tre Regni, la recensione

Di Gabriele Niola

Red Cliff Poster AustraliaRegia: John Woo
Cast: Chen Chang, Tony Leung Chiu Wai, Takeshi Kaneshiro, Wei Zhao
Durata: 150 minuti
Anno: 2009

Visto in originale La battaglia dei tre regni è un filmone in due parti (andate separatamente in sala) da circa 150 minuti ciascuna per un totale di 5 ore.
Non si tratta di un film fiume dove accadono molte cose, ma di un film normale in cui ogni scena dura molto, in cui ci sono parecchie battaglie e nel quale uno scontro diretto tra due eserciti (si racconta di 3-4 battaglie marginali e poi della preparazione e dell’arrivo dell’effettivo grande incontro) è raccontato con calma e dovizia di particolari. In questo senso è un film fuori dai canoni perchè non annoia nonostante i suoi tempi palesemente dilatati.
In Italia tutto questo si perde perchè da noi Red Cliff parte 1 e parte 2 escono compressi in un unico film da 150 minuti.

La sensazione, vedendo l’edizione italiana dopo aver visto i due originali, è di trovarsi di fronte ad un’ampia sintesi. I tagli sono in linea di massima indolori per scene e personaggi, se si eccettuano la storia d’amore della sorella del generale protagonista e alcuni momenti puramente asiatici che sarebbero di difficile comprensione in occidente per il resto c’è tutto, solo scorciato. Qua e là mancano piccole scene e tutto è riassunto il più possibile.
Il risultato è che bene o male nessun tema viene trascurato ma la costruzione epica e sentimentale è inesistente. I medesimi momenti non hanno il medesimo valore perchè non sono stati costruiti adeguatamente come era previsto, così i personaggi non hanno lo spessore che dovrebbero e tutto il respiro del film ne risente (e in un film del genere il respiro é tutto).

Lo strano dell’opera infatti è come sia in fondo un film occidentale (non a caso si tratta di un regista che lavora ormai da decenni in America), come nonostante alcune concessioni al mondo asiatico (alcuni valori a noi sconosciuti, una certa esaltazione della massa e una morale che guarda alla filosofia orientale) in fondo si tratti di un film dove l’individualismo americano prevale. Se già John Woo nel suo periodo hongkongese guardava molto a quel tipo di epica e di eroismo virile, ora che fa un film al servizio dei grandi capitali cinesi mette in scena più o meno il medesimo mondo mascherandolo un po’ di più.
Non ci sono stecchini tra i denti ma sempre lì siamo.

Nonostante tanto si indugi sugli sconfinati eserciti e su come dalla loro padronanza derivino le possibilità di vittoria, alla fine è su poche personalità straordinarie che risiede davvero la storia, sulla loro capacità di fare la differenza anche da soli. Questa purtroppo è un’altra delle molte cose che l’edizione italiana trascura, intenta com’è ad accorciare i tempi.
Ad ogni modo è da storia del cinema il modo inedito con cui John Woo riesce a rendere la complessa vastità di un esercito schierato, la sua eterogeneità, la sua grandezza e la sua espansione sul suolo. Una dimostrazione di come il cinema (con il suo schermo ridotto in grado di inquadrare solo una parte del totale) possa comunque riuscire a suggerire la vastità partendo dal particolare.

Tra oriente ed occidente è sempre John Woo o si è venduto al capitale statale e alle sue ineludibili morali? E poi un film così sforbiciato è ancora potente come l’originale? Qui le altre critiche

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