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Broderskab, la recensione da Roma

Di Marco Triolo

Broderskab Poster Internazionale

Broderskab potrebbe essere facilmente paragonato ad American History X: entrambi descrivono una realtà ai margini, quella del neo-nazismo, ed entrambi mettono in scena le vite di personaggi che da questo mondo si stanno allontanando, volenti o nolenti. Il paragone sarebbe in parte azzeccato, ma forse un po’ riduttivo: perché l’idea geniale di Broderskab, splendidamente diretto da Nicolo Donato, è quella di raccontare la storia di due ragazzi che fanno parte di una cellula nazista danese e scoprono di essere innamorati l’uno dell’altro. Naturalmente, i “froci” non sono benvenuti in questa comunità, e la cosa è messa subito in chiaro all’inizio del film, quando un omosessuale viene pestato brutalmente dal “branco”. Ma per Lars (Thure Lindhardt) e Jimmy (David Dencik) non è questione di scegliere: si sono trovati e non possono negare i propri sentimenti.

La bellezza del film sta nel saper unire uno stile estremamente secco e realista con una storia anch’essa molto credibile, ma che unisce il cinema verità e una metafora fortissima. Broderskab non è infatti, semplicemente, “un film su due nazisti gay”, ma un’opera che parla di quanto le ideologie e le filosofie imparate a memoria sui libri siano destinate a scontrarsi con l’imprevedibilità e la complessità della vita reale.

Unito a ciò, c’è uno studio della sottocultura nazi-fascista, fatta di ciechi ideali e ignoranza, nonché chiusura e odio. Ma c’è anche posto per una riflessione un po’ più complessa sulle contraddizioni di un movimento che proclama una sorta di ritorno alla natura e all’equilibrio pacifico con l’ambiente, e cerca di applicarlo con la violenza e il razzismo. In una situazione così estrema, il rapporto tra i due protagonisti diventa un faro nella nebbia, e assume un significato profondo: ecco due che hanno davvero accettato la loro natura e l’hanno capita, a differenza dei loro “camerati”.

Broderskab è un film che sa commuovere, e anche tanto, senza però indugiare nella sofferenza e senza rinunciare a un barlume di speranza nel finale. Sarà difficile vederlo circolare da noi, ma in un momento storico come questo, in cui rabbia e frustrazione prendono la forma del cieco odio per il diverso, sarebbe una lezione mica da scherzo. Per questo, è molto probabile che strapperà alla giuria del Festival di Roma almeno un premio, se non IL premio.

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