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Venezia: Omar Sharif e Ahmed Maher presentano The Traveller

Venezia: Omar Sharif e Ahmed Maher presentano The Traveller

Di Marco Triolo

El Mosafer (The Traveller), diretto con piglio “felliniano” dall’ex documentarista e regista di corti Ahmed Maher, e primo film egiziano a partecipare alla Mostra da 25 anni, ha esordito ieri a Venezia dividendo i critici. Oggi abbiamo potuto parlare con il regista e il cast, ed è stato praticamente un “one man show” dell’energetico Omar Sharif, capace di attirare su di sé praticamente tutta l’attenzione della stampa presente. Sharif è simpaticissimo e parla con grande ironia della sua vecchiaia, dicendo che preferirebbe non essere invecchiato come il vino, ma essere magari un vino cattivo e giovane! Vediamo un po’ che cosa si è detto durante questa lunga e bella chiacchierata.

Una domanda per Ahmed Maher: dirigendo questo film ha pensato a Fellini?

Sì penso sicuramente a Fellini. Come dice Woody Allen, “tutti i registi sono figli di Otto e ½”. Io vorrei aggiungere che sono anche figli di Fellini. Ho sempre avuto questa passione per il cinema dei sogni e della fantasia. Non volevo fare un film realistico, forse perché amo le bugie. Perciò sono sempre stato attratto verso le cose non vere.

Signor Sharif, ha dei rimpianti personali per essersi dovuto spostare così tanto per lavoro, nella vita?

Io ho avuto una mamma straordinaria, e un po’ pazza. All’età di 11 anni, quando ero a scuola in Egitto dai padri gesuiti, sono ingrassato come tutti i bambini, e mia madre è impazzita. Diceva che ero brutto e grasso, e non servivo a niente. Perciò ha pensato di mandarmi nel posto dove si mangiava peggio nel mondo, ovvero l’Inghilterra. Mi mandò in una scuola inglese. Lì dimagrii, iniziai a recitare a teatro e imparai l’inglese. Quando mi hanno scelto per fare Lawrence d’Arabia, non ero grasso e oltretutto parlavo l’inglese, motivo per cui mi hanno scelto. Il primo film che ho fatto nel 1953 è andato a Cannes. Il mio primo film! Lì incontrai la mia prima moglie, e con lei rimasi sposato per 15 anni.

Aveva capito, quando ha girato Il dottor Zivago, di aver girato un classico?

Beh, per me è un film fin troppo sentimentale, però è un bel film perché è di un grande regista David Lean ha fatto in successione Il ponte sul fiume Kwai, Lawrence d’Arabia e Il dottor Zivago. Con questi tre film ha preso 24 Oscar! Era un uomo straordinario e io ho imparato tutto da lui.

Lei è tornato a vivere a casa, in Egitto?

No, io vivo in alberghi, non ho una casa nemmeno in Egitto. Vado in Egitto quando c’è da fare e vado a trovare i miei tre nipotini. Ho smesso di giocare a bridge per passare più tempo con loro!

The Traveller è un percorso di vita. Nella sua vita quanto sono importanti i ricordi e la nostalgia e quanto invece il guardarsi avanti?

Quando arrivi alla mia età, 78 anni, non devi pensare né al passato, alla nostalgia, né al futuro, perché non sai quanto ti resta ancora. Quindi devi vivere ogni istante totalmente. Solo il momento presente conta.

Lei che è un attore bravissimo, insegna in qualche scuola di recitazione?

No, perché non ho fatto scuole di recitazione. Ho lavorato con i più grandi registi e con grandi attori. E quando facevo Lawrence d’Arabia andavo ogni giorno a vedere come lavorava Alec Guinness e Peter O’Toole. Andavo sempre a teatro. Ho appreso con la vita, con l’esperienza. Credo che ciascuno abbia il suo sistema, dipende la persona. Il metodo dell’Actor’s Studio non è necessariamente meglio di altri.

Una domanda per Omar Sharif e Khaled El Nabawy, che interpretano il protagonista Hassan in diverse fasi della sua vita. Cosa avete in comune voi due col vostro personaggio?

Sharif: abbiamo iniziato a girare il film dalla parte finale, quindi non potevo sapere cosa avrebbero fatto prima. Lui [El Nabawy] veniva sempre da me per vedere come recitavo. Però io gli dicevo di non imitarmi perché lui avrebbe fatto il personaggio da giovane, mentre io sono un vecchio.

El Nabawy: non ho niente in comune col personaggio. Non ho avuto alcun riferimento per il personaggio, anche perché volevamo che Hassan fosse nato nel film, che lo vedessimo per la prima volta proprio nel film.

Signor Sharif, quando ha scelto di fare il film, cosa ha pensato del suo personaggio, di questa persona che non ha coraggio?

E’ quello il bello. E’ un copione molto originale, perché l’eroe del film non è un eroe. E’ un personaggio un po’ stupido, un uomo semplice.

Signor Maher, nel suo film il personaggio di Noura è diviso tra le attenzioni di Hassan e quelle del suo promesso sposo Fu’ad. Ci può dire chi ha amato per davvero Noura, nel film?

Non ci sono risposte chiare nel film. C’è sempre questa incertezza tra amore, odio, dubbio. Ci sono sempre domande, più che risposte. Non si sa dunque chi ha amato, e perché. Non si sa se i ragazzi sono o meno figli di Hassan. Ci sarà certo una difficoltà per lo spettatore, che ha sempre bisogno di una risposta, di conclusioni. Noura stessa è una donna indecisa sui suoi sentimenti.

Una domanda a Maher: lei viene dal documentario e dai cortometraggi. Quanto è diverso girare un lungometraggio e soprattutto perché ha aspettato così tanto per esordire nel lungomtraggio di finzione?

Dirò la verità: non mi piacciono i documentari. Li ho fatti, ma non mi piacciono. Forse perché – come ho detto prima – sono un bugiardo e mi piace raccontare le cose non vere. Ho fatto i documentari nell’attesa di fare un film, e sono passati dieci anni. Poi, pochi anni fa, ho pensavo che stavo sbagliando a sprecare tanti anni nell’attesa di fare un film. Quindi ho deciso di farlo, senza pensare al dopo.

Fare documentari e cortometraggi mi ha aiutato molto, sia a collegarmi con la società, egiziana e italiana, sia ad avere esperienza. Ho cercato sempre di mantenere viva la speranza di fare il film. Sono stato un uomo molto fortunato, perché mentre scrivevo pensavo proprio a Omar Sharif per la parte, ma più che altro era un sogno. Poi la fortuna mi ha aiutato: ho mandato il copione a Sharif, pensando che non avrebbe mai accettato di fare un film con un regista sconosciuto, e invece lui ha accettato. Alla fine è andata bene, perché tutti gli attori con cui ho lavorato erano quelli che volevo. Mentre facevo il film pensavo ad andare a Venezia, e così è stato. Ora devo cominciare a pensare al Leone d’Oro!

Potreste parlare dei vostri rapporti con Hollywood, e di cosa pensate su un possibile scambio tra Hollywood e l’industria cinematografica egiziana?

Sharif: All’inizio sognavo Hollywood, e ci ho vissuto 5 anni – il mio vicino di casa era Elvis Presley! Ma dopo 5 anni mi sono annoiato, era una cosa artificiale, si parlava solo di cinema. Non c’era nemmeno il teatro o l’opera lirica all’epoca. Io adoro l’opera lirica: pensate che ho imparato l’italiano per capire cosa dicevano nell’opera.

Maher: molti dei registi egiziani hanno sempre avuto il sogno di lavorare a Hollywood. All’inizio il cinema egiziano era molto vicino al neo-realismo italiano, e si potevano fare grandi cose andando avanti in quella direzione. Avevamo molti elementi in comune per via della cultura mediterranea. Purtroppo però a un certo punto si è cercato di creare un’industria forte, di creare uno star system, tenendo Hollywood come modello. Per colpa di questo, il cinema egiziano ha perso un po’ di qualità, perché non eravamo pronti a essere Hollywood. Io venivo da una cultura europea, quindi è stato anche difficile realizzare un film che non seguiva modelli hollywoodiani. Mi ha aiutato molto lo stato, mi ha aiutato la presenza di Omar Sharif. Ma il cinema di Hollywood è un caso particolare, non lo si può imitare.

Qual è il suo rapporto con la religione, la religiosità?

Questa è una cosa privata. Diciamo che credo che tutti nel mondo siano uguali. Io non chiedo mai a una ragazza la sua nazionalità o la sua religione prima di baciarla! Ho insegnato a mio figlio a fare lo stesso, e adesso ho tre nipoti dalle tre diverse mogli di mio figlio, tutte di nazionalità e religioni diverse.

Signor Maher, nel film ci sono alcune scene forti, che alludono a un rapporto incestuoso tra padre e figlia, senza però mostrare nulla. Non ha avuto problemi con la censura per questo?

Penso che il problema della socetà egiziana non sia solo la censura, ma che sia proprio la società a farci paura a volte. La censura oggi fa passare cose che non permetteva prima, quindi magari il pericolo viene più dallo spettatore che dal governo. Nel film ho mantenuto un filo sottile tra certezza e incertezza, quindi forse farà scandalo o forse no. Forse non è un argomento molto piacevole, ma nell’arte bisogna affrontare questi tabù. D’altra parte non mi piace mostrare gli elementi della società egiziana che vengono percepiti come “esotici” dall’Occidente, come le donne, il sesso. E trovo che la Mostra di Venezia sia stata molto coraggiosa a selezionare un film che non ha quegli elementi che in Occidente tutti si aspettano da un film arabo. Quello che succederà in Egitto non lo so, ma penso che non sarà facile farlo uscire.

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