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Venezia: George Romero e i suoi zombie tribali

Di Marco Triolo

Nonostante non mi sia piaciuto Survival of the Dead, vedere George Romero di persona è stata comunque un’esperienza indimenticabile. Adoro Romero! Potrebbe sfornare 20 film orrendi, ma non basterebbe a rovinare una reputazione costruita su 40 anni di grande cinema. E dal vivo si presenta come una sorta di sciamano, un grande vecchio capace di illuminare la stanza con la sua esperienza e un sorriso gentilissimo. Ma veniamo al sodo, prima di diventare troppo lacrimevoli…

“Ho fatto un film sulla discriminazione razziale, religiosa, sul tribalismo, ma non necessariamente sull’Iraq”. Esordisce così il regista, mettendo da parte l’interpretazione eccessivamente politica che alcuni si sentiranno in dovere di applicare al film. In sostanza, Romero dice che non sta necessariamente parlando del qui ed ora, dell’attuale situazione americana, bensì di concetti molto più ampi e universali, più sociali che politici in senso stretto.

Un film che dunque focalizza l’attenzione proprio sul conflitto insensato tra due fazioni, dunque sulla necessità dell’uomo di piantare bandiere per delimitare il proprio territorio: “Parlo dell’incapacità dell’uomo di dimenticare il nemico, anche dopo aver dimenticato la motivazione che ha generato il conflitto”. Ma è anche interessante vedere come la pellicola si basi su due punti di vista differenti, dei leader dei due schieramenti in lotta, senza necessariamente risolvere la domanda principale: chi dei due ha davvero ragione? Questo perché probabilmente, nella visione del regista, nessuno dei due ha davvero ragione. Ancora, è un peccato che alla fine il film non regga da un punto di vista prettamente narrativo, perché Romero dimostra di avere idee ancora chiare. Forse semplicemente fatica a metterle su pellicola come un tempo.

Molto interessante anche l’urgenza con cui Romero tenta di distaccarsi dall’attuale genere zombie. La mia domanda voleva proprio far emergere questo punto: “perché crede che il genere zombie sia ancora così frequentato oggi, e perché lei ha sentito il bisogno di tornare ai morti viventi per tre volte negli ultimi dieci anni?”. E Romero: “i miei primi quattro film dipingevano un mondo post-apocalittico. Con Diary of the Dead ho voluto tornare alle origini, a La notte dei morti viventi. Questi sono i miei zombie, mentre quelli che fanno adesso credo che debbano il loro successo ai videogame. Penso che derivino da lì”.

Dunque un cinema all’insegna della continuità con il passato: “Mi sono simpatici gli zombie. Mi sono sempre piaciuti, sono innocenti. Per me non ha senso che siano veloci, perché sono cresciuto con La mummia, questi sono i miei ricordi. Farò sempre film a modo mio, non mi adatterò allo stile di oggi”. Un concetto che Romero difende con forza, anche parlando della fotografia: “Abbiamo scelto di inserire molti colori nel film, a differenza dei film di oggi in cui la fotografia tende spesso al grigio”. C’è da dire che Romero ha oggi la libertà assoluta di fare ciò che vuole, perché produce i propri film in autonomia, senza restrizioni da parte dei produttori. Questi si limitano a bussargli alla porta per chiedergli un nuovo zombie-movie quando il precedente va bene.

“Il mio primo film nasceva dalla rabbia e dalla disillusione dopo il ’68”. E’ bello sapere che Romero è ancora mosso dagli stessi sentimenti e dalle stesse motivazioni di un tempo. E’ puro, proprio come i suoi cari zombie.


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