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My Son, My Son, What Have Ye Done: la recensione da Venezia

My Son, My Son, What Have Ye Done: la recensione da Venezia

Di Marco Triolo

My Son My Son What Have Ye Done Michael Shannon Chloë Sevigny 3

E Werner Herzog fa il bis. Sì, abbiamo già detto che ha due film in concorso a Venezia, ma quello che intendo quando dico che “fa il bis” è che infila una doppietta mica da scherzo. Abbiamo già abbondantemente parlato (qui e qui) de Il cattivo tenente, ma My Son, My Son, What Have Ye Done non è da meno. O meglio. Onestamente, mi è piaciuto di più il primo film, ma My Son ha qualcosa che cattura, un’energia sotterranea, un ritmo lento ma costante, un’ebollizione che cresce fino ad esplodere in una serie di personaggi e situazioni da brivido.

Il protagonista di quest’opera, tratta da una storia vera, è Brad Macallam, interpretato con grande intensità da uno dei volti da tenere d’occhio, Michael Shannon. Macallam soffre di una forma di schizofrenia, sente voci nella testa che lo guidano e lo spingono a perseguire strade incomprensibili. In sostanza, Brad non sa cosa fare della sua vita: lo vediamo mentre cerca di “superare i propri limiti” insieme ad alcuni amici in Perù, dove si reca per fare rafting estremo. Ma si tira indietro, salvandosi così la vita, e decide poi in sequenza di essere musulmano (“chiamatemi Farouk”) e poi di predicare il Vangelo per le strade del mondo. Si convince che Dio vive nella sua cucina, e diviene ossessionato dalla spada che sta utilizzando come oggetto di scena durante le prove dell’Oreste, la tragedia greca di cui è protagonista. Brad uccide, all’inizio del film, sua madre con la stessa spada, come Oreste uccide la madre nella tragedia.

E poi ingaggia un’assurda contrattazione con la polizia, in particolare con un detective interpretato da Willem Dafoe. Macallam afferma di avere due ostaggi, e pretende un’auto per fuggire in Messico. A questo punto entrano in scena due figure chiave della sua vita: la fidanzata (Chloe Sevigny) e il regista con cui stava lavorando all’Oreste (Udo Kier). Il film prende dunque una piega inaspettata: non fatevi ingannare dal trailer, questo non è un film sulla classica situazione di “trattative con ostaggi”. Buona parte del tempo, Herzog la spende raccontando gli ultimi mesi di vita di Macallam, visti attraverso gli occhi di queste due persone a lui così care. E il delitto che da il via al film non è mai mostrato in camera, nemmeno attravero i racconti delle due testimoni oculari.

Siamo quindi di fronte a una sorta di Quarto potere con evidenti tocchi alla Lynch – su tutto un’atmosfera gelida di “normale anormalità suburbana” e l’uso di un’attrice come Grace Zabriskie, fedelissima di Lynch, nel ruolo dell’inquietante e ossessiva madre di Shannon. Anche se credo che il tema fondamentale della pellicola sia la ricerca di un proprio posto nel mondo, di uno scopo nella vita. Brad ne è quasi ossessionato, ma per assurdo è la persona più scostante del mondo e continua a cambiare idea. Solo stringendo quella spada, dice di aver trovato “il cardine della vita”, e questo lo porterà a un atto folle, ma che forse è l’espressione dei suoi veri sentimenti nei confronti della madre, troppo spesso soffocati.

Nel rapporto tra Brad e il suo regista c’è forse anche un’eco della famigerata relazione tra Herzog e Klaus Kinski: due persone che non sempre si comprendono, che vivono esperienze emotive opposte, ma che nonostante tutto si rispettano sia a livello professionale che umano.

In definitiva, un’altra ottima prova di Herzog, e un film che spero trovi una distribuzione in sala al di fuori del circuito dei festival. Nonostante la sua entrata in scena improvvisa, potrebbe strappare qualche premio – almeno per la performance impeccabile di Michael Shannon.

Qui il reportage dalla conferenza stampa di stamattina.

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