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Motel Woodstock, la recensione in anteprima

Motel Woodstock, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Motel Woodstock Poster ItaliaRegia: Ang Lee
Cast: Demetri Martin, Liev Schreiber, Emile Hirsch, Jeffrey Dean Morgan, Paul Dano, Eugene Levy, Kelli Garner
Anno: 2009
Durata: 110 minuti

Non si tratta di un film su Woodstock come evento musicale, ma su ciò che quella manifestazione ha significato per tutti, cosa ha cambiato nelle singole vite anche di chi non ha partecipato. Per arrivare a questo Ang Lee adatta per lo schermo un libro che racconta di un ragazzo che ha contribuito a far sì che quel festival musicale si svolgesse proprio in quel luogo e che pur stando a pochi metri non è riuscito a prendere parte al concerto in sè, ma solo al clima che ha generato. Che forse è la cosa più importante.

La “presa” di Woodstock di cui parla il titolo originale è quella della prima parte del film, quella migliore, quella cioè in cui si decide di prendere quel terreno come sede e aleggia l’arrivo imminente di una marea umana come mai era capitato, dove la commedia domina e dove i personaggi sono dipinti a tinte forti per mettere in chiaro tutto e subito.
Il protagonista, i genitori del protagonista, i paesani e Michael Lang. E’ subito chiaro che tipo di personaggi siano, a che stereotipo corrispondano e cosa possano fare messi a confronto gli uni con gli altri.

La seconda parte invece, quella dall’inizio del festival in poi, quella un po’ più stanca, contamina i toni di commedia con il sentimentalismo da Ang Lee, quello di uno sguardo o una parola.
on lo nego io il regista taiwanese l’ho sempre trovato bravissimo e in questo film tranquillo e semplice nel quale ripete tutto ciò che ha già fatto divertendosi a prendere le parti più facili dimostra le sue caratteristiche più istintive. Basta vedere come spieghi l’omosessualità del protagonista con un dialogo solo che solo ad un certo punto si rivela abbordaggio (straordinario).
Se vi piace il suo cinema vi potete godere questo film piccolo che non mette in discussione nulla, non fa un discorso critico e complesso ma illustra faziosamente solo i lati positivi di un evento ormai mito venendovi in ogni modo incontro. Tutte caratteristiche altre volte condannate che tuttavia, di fronte alla grandissima abilità nel raccontare di Ang Lee e davanti alla volontà di fare un film che sia comunque piccolo, sfumano.

Ang Lee si diverte. Si diverte a citare il film di Woodstock con continui splitscreen (che a dire il vero aveva già sperimentato in Hulk), virando su una fotografia che ricorda i filmati d’epoca, si diverte con personaggi puramente comici come i genitori che poi inaspettatamente trasforma in grimaldelli sentimentali per parlare di come poco si conoscessero genitori e figli, di come dietro persone comuni si nascondano vite incredibili che ne condizionano gli atteggiamenti e di come gli uomini nascondano universi di sentimento dietro gli atti più minuscoli e comuni.

Rilettura acritica per sfruttare i 40 anni dall’evento o piccolo gioiello autoriale capace di girare intorno ad un tema abusato con gran classe? Qui il resto della critica

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