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District 9, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

district 9 Poster ItaliaRegia: Neill Blomkamp
Cast: Jason Cope, Sharlto Copley, William Allen Young, Robert Hobbs, Vanessa Haywood
Durata: 112 minuti
Anno: 2009

Se qualcuno volesse un bignami di che cosa sia successo al mondo del cinema e al suo linguaggio negli ultimi 10 anni questo sarebbe District 9. Tutte le principali innovazioni, tutte le tendenze, anche tutte le mode, il pessimismo, lo zeitgeist, l’evoluzione tecnologica e autoriale che il cinema ha subito in questi anni portano a questo film di fantascienza distopica di un tipo mai visto prima che ci spiega cosa facciamo oggi con la grande macchina cinema.

Si parla di alieni, che negli anni ’80 arrivano con una nave sopra Johannesburg ma che sono dei derelitti, denutriti e ammassati. A milioni. Il governo li isola in un’immensa baraccopoli e loro sviluppano, come in tutti i sobborghi, regole loro, una mafia interna, criminalità e spesso escono dal distretto 9 per cercare cibo e fare danni. Ah! Gli alieni sono degli orrendi gamberoni più o meno antropomorfi e la polizia li tratta come il peggio del peggio del peggio del peggio. Non sono semplicemente il diverso. Sono di più.

Come si capisce District 9 è anche il film più politico dell’anno. Non Videocracy e nemmeno Capitalism, ma un blockbuster neozelandese che ambienta una trama hollywoodeggiante a Joahnnesburg e che è pieno di effetti speciali. District 9 non ci conforta con opinioni che già abbiamo ma ci mette di fronte alla più scomoda delle verità politiche nella più fastidiosa delle maniere, attraverso una metafora facile e diretta che consente di esagerare in gore e splatter senza incorrere nel visto censura. District 9 è politico davvero perchè non è nemmeno un film sinistroide-liberale o umanista: è un film contro l’uomo fatto da umani. E’ politico perchè è senza speranza.
Non c’è un essere umano vagamente decente. Tantomeno il protagonista, perchè all’interno del simbolismo noi non siamo gli umani che vessano noi siamo gli alieni orrendi. Non c’è un lieto fine e non c’è possibile felicità. C’è soltanto, e questo anche rientra nel cinema degli ultimi anni, l’apertura al sequel.

A questo punto va chiarita un’altra cosa: l’esordiente Neill Blomkamp non è un maestro della macchina da presa e il film non è privo di ingenuità, di qualche caduta di stile e qualche inciampo ma non contano nulla di fronte alla solidità con cui il racconto è portato avanti. Neill Blomkamp non è il nuovo Orson Welles ma sta sulle spalle dei giganti.
La tendenza a ibridare il linguaggio del cinema con quello della televisione, dei reportage, dei documentari, delle riprese amatoriali e dei video a circuito chiuso, tutto trova sintesi in District 9, che senza nessuna motivazione di trama (non stiamo assistendo sempre ad un documentario) utilizza tutte le forme di ripresa video ponendole sul medesimo piano, senza nessuna gerarchia, senza nessun rapporto di forza tra le une e le altre. Perchè il modo in cui percepiamo la realtà mediata dalle immagini è comunque un misto di tutte queste forme di stimolo.

Blomkamp viene dagli effetti speciali, è un tecnico e questa cosa pure è significativa. Perchè il narratore più abile tra tutti gli esperti di effetti speciali digitali che si siano mai messi dietro una macchina da presa realizza un film dove almeno l’80% delle inquadrature ha ritocchi digitali e dove tutti i personaggi più importanti sono modificati digitalmente se non creati al digitale, ma si stenta quasi a realizzare di essere di fronte ad immagini modificate.
District 9, non sarà il film definitivo, ma fa il punto della situazione e lo fa alla grande.

Punto d’arrivo di una lunga evoluzione del linguaggio o film furbetto per intrattenere? Solo il tempo saprà dirlo o forse le altre recensioni della rete.


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