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Baarìa: la recensione da Venezia

Di Marco Triolo

Baaria Poster Italia

Mi ci è voluto un po’, ma finalmente ho trovato il tempo materiale per sedermi a scrivere una recensione di Baarìa, il film di Giuseppe Tornatore che ha aperto la mostra mercoledì. Ebbene, che dire di un tale mastodonte? Di sicuro lo sforzo produttivo è impressionante, e d’altra parte si tratta del film più costoso mai prodotto in Italia. C’è da impazzire solo a pensare al lavoro degli scenografi, che hanno ricostruito set di un’autenticità impensabile in Tunisia. Già solo per l’impegno profuso, varrebbe la pena di vedere il film. A questo si aggiunge l’evidente passione con cui Giuseppe Tornatore ha confezionato un film epico che narra della sua città natale, Bagheria. E’ chiaro in ogni fotogramma, in ogni snodo della storia, in ogni personaggio, che il film trasuda passione e che si tratta di un progetto in cui Tornatore ha investito tutto sé stesso e la sua credibilità autoriale. Anche per questo, un film da vedere.

Ma ovviamente non c’è solo questo: Baarìa scorre che è un piacere, nonostante una durata impegnativa (150′) e uno stile roboante che a volte sconfina nell’eccessivo, ma che comunque riesce a non rendere il film un goffo dinosauro, anzi. A tratti ci si ritrova talmente immersi nella mente del regista, nei suoi ricordi e nelle miriadi di micro e macro citazioni che testimoniano il suo percorso culturale e il suo background, da venirne inevitabilmente commossi e inteneriti. Come se ci fosse talmente tanto amore da nascondere i difetti e far risaltare solo ciò che vale.

Baarìa è indubbiamente un film di Tornatore: come detto, è un cinema di ricordi, fatto di pezzetti di cultura alta e bassa che si incastrano come le tessere di un puzzle mentale. C’è come sempre il cinema, amato dal protagonista e dal regista. C’è l’anti-fascismo, c’è il comunismo. C’è la Sicilia, ma c’è anche l’Italia intera, filtrata attraverso la lente deformante di una piccola cittadina all’estrema provincia del Paese, ma pur sempre parte di esso e della sua storia.

Purtroppo però ci sono, come detto, tocchi eccessivi che impediscono a Baarìa di fare il passo successivo e diventare un capolavoro: innanzitutto perché Tornatore si sforza troppo per produrne uno, e si sa che i capolavori non nascono a tavolino, ma dal combinarsi quasi casuale di una serie di elementi vincenti. Qui c’è un’epica tronfia, esagerata, commentata da una colonna sonora di Ennio Morricone che sottolinea praticamente OGNI SEQUENZA, risultando spesso disturbante. Ad esempio: se un personaggio sta trascinando una vacca, e mi commenti la scena come se stessimo assistendo alla scena madre di Independence Day, è chiaro che non sei onesto, perché stai volutamente amplificando l’effetto emotivo di una scena che altrimenti ne avrebbe poco, senza la musica. La colonna sonora deve commentare, magari suggerire, ma mai supplire contenuto.

Concludo parlando del cast: i protagonisti Francesco Scianna e Margaret Madè sono destinati a grandi cose. Scianna pare uscito da un film di denuncia anni settanta, mentre la Madè, che non ha altre esperienze come attrice prima di questa, è splendida e sa reggere la scena con maestria. Menzione per Ficarra, grandioso nella parte di Nino, e un po’ meno per Picone che fa il suo lavoro comunque onestamente. Ora vi dico la verità: come comici, li detesto. Ma qui Ficarra è uno dei personaggi migliori, nel ruolo del fratello di Scianna. Il film è stracolmo di cameo: ci sono Beppe Fiorello (che fa un venditore di dollari instancabile e immortale, esilarante!), Aldo Baglio (eccelso in un breve ruolo totalmente fuori dalle sue corde), Nino Frassica (che fa Frassica), e poi Leo Gullotta, Michele Placido, Luigi Lo Cascio, Raoul Bova, Laura Chiatti (una comparsa, praticamente) e l’immancabile Monica Bellucci. Di sicuro ho dimenticato qualcuno. A tratti l’effetto è deleterio, perché invece di seguire il film finisci per giocare a “trova la star”. Ma comunque, non intacca più di tanto lo svolgersi di una pellicola che non mancherà di affascinare il pubblico italiano.

Qui le nostre altre recensioni da Venezia:

Rec 2
Il cattivo tenente
My Son, My Son, What Have Ye Done
Life During Wartime e The Road
Metropia

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