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Piede di Dio, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Piede-di-Dio-Poster-ItaliaRegia: Luigi Sardiello
Cast: Elena Bouryka, Antonio Catania, Luis Molteni, Filippo Pucillo, Emilio Solfrizzi, Rosaria Russo, Antonio Stornaiolo
Durata: 106 minuti
Anno: 2009

Spesso davanti a certi film viene da chiedersi cosa abbia spinto il regista a girarli, ci si chiede perchè raccontare questo tipo di storia o perchè farlo in questa maniera, in sostanza quale fosse l’idea primigenia che ha fornito un impulso così forte da portare un uomo ad imbarcarsi nella folle impresa di girare un lungometraggio. E questo è vero specialmente se si tratta del primo lungometraggio di un non-giovane.

Davanti a Piede di Dio questa domanda torna spesso in mente. Come mai un professore universitario (docente di scrittura per la precisione), già sceneggiatore e direttore di una rivista di settore (Filmaker’s Magazine) come Luigi Sardiello decide di imbarcarsi nella sua prima pellicola da regista? Davvero l’idea era di raccontare l’Italia di oggi attraverso la metafora del marcio mondo del calcio, opponendo un personaggio che simboleggia la futilità del vivere moderno ad uno rappresentante gli autentici valori della semplicità?
Un discorso come questo, tra i più abusati e ricorrenti nei baretti di periferia o tra gli anziani della bocciofila, è quello che ha spinto a fare un film?

La storia è semplice: Elia è un ragazzo leggermente ritardato ma dotato di un talento unico per il calcio, gioca in spiaggia per divertirsi e su campetti impolverati. Michele è un ex giocatore ora talent scout per la serie A e vedendolo giocare decide che cambiando la vita a lui potrà cambiare anche la propria lanciandosi nell’Olimpo dei grandi, così lo sradica dal paesino di provincia dove vive, lo porta in città e comincia la trafila per convincere i vertici di avere tra le mani un talento.

Da qui si origina il contrasto e la dialettica tra i personaggi e tra Elia e la moderna sofisticatezza. L’inadeguatezza di Elia a vivere in città secondo ritmi moderni è mostrata da scene come quella in cui, intrappolato nel traffico, sogna di librarsi sopra le macchine come un uccello o quelle in cui si spaventa davanti alla televisione o infine quelle in cui rigetta i cibi surgelati chiedendo di avere le cose semplici ma buone che mangiava a casa sua.
Di più non c’è. La futulità delle sovrastrutture di Michele è mostrata dai suoi oggetti, dall0auricolare bluetooth, dai rolex, dagli abiti, dalle auto e via dicendo. Se si esclude anche un discorso sul calcio stesso (il film è ambientato nell’estate 2006 tra scandalo Moggi e vittoria dei Mondiali) il film finisce qua.

Sardiello non è vero regista, lo dice lui in primis e si vede, non ha idee visive, non partorisce immagini, non usa il sonoro e via elencando elementi della messa in scena trascurati. Scrive un film in cui le intenzioni (comunque banali) non trovano l’esito sperato perchè mancano immagini che davvero colpiscano. Tanto che le uniche sequenze davvero emotive sono quelle in cui si cerca di dare corpo all’autenticità di Elia attraverso i filmati di repertorio di Garrincha, Maradona, Roberto Baggio ecc. ecc.
Quelle sì che sono immagini.

Continua a non essere possibile un film sul calcio o continuano ad essere sbagliati i tentativi che vengono fatti? Qui le altre critiche


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