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Nuovo casting “politicamente corretto” da The Last Airbender

Di Marco Triolo

Avrete sentito parlare della controversia legata al casting di The Last Airbender, film tratto da una serie animata di successo e diretto da M. Night Shyamalan. Dopo il tonfo di E venne il giorno, il regista indiano-americano dovrà lavorare duro per ricostruire la sua reputazione, e con il suo ultimo film non si può dire che abbia iniziato col piede giusto: tratto da un cartone ambientato in “un fantastico mondo asiatico” e stracolmo di personaggi dai caratteri orientali, il film ha come protagonisti due attori caucasici, Noah Ringer e Nicole Peltz.

The Last Airbender Noah Ringer Aang Hi Res

Inizialmente, pure il principe Zuko (il cattivo della storia) doveva essere impersonato da un bianco, Jesse McCartney, ma l’attore si è tirato indietro e Shyamalan e la produzione hanno pensato bene di sostituirlo con la star di The Millionaire, Dev Patel, tanto per far vedere che non era di certo il criterio della razza a muovere le loro decisioni. Peccato che Patel sia l’antagonista, e che quindi risponda in tutto e per tutto a un vecchio cliché che vede i bianchi belli e buoni e quelli con la pelle scura brutti (Zuko ha una cicatrice che è stata ovviamente ridimensionata nel film) e cattivi.

The Last Airbender Dev Patel Zuko 02 Hi Res

Ora però il casting “politically correct” prosegue, e stavolta la mossa è più azzeccata: il giovane Isaac Jin Solstein (foto in alto), 10 anni, coreano-americano, cintura nera di Tang Soo Do e Soo Bahk Do, è stato scelto per impersonare un non meglio identificato “Earthbending Boy”, ma i fan sono sicuri che si tratti di Haru, uno dei buoni.

Detto questo, io credo che sì, ci sia una base di razzismo impossibile da raschiare via dalle colline di Hollywood. Epperò: il regista, non dimentichiamolo, non è un nerboruto quarterback biondo con gli occhi azzurri, ma un indiano (dell’India) cresciuto negli Stati Uniti. Non è un po’ ridicolo, secondo voi, fare accuse di razzismo e “fascismo”? Secondo me sì: tanto più che la somiglianza tra Noah Ringer e il protagonista Aang è talmente evidente, che pure a scuola i compagni lo avevano soprannominato “Avatar”. E poi: il film è fatto per un’audience americana e le semplici, per quanto miopi, leggi del marketing impongono un protagonista americano.

(Fonte: /Film)

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