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08 giugno 2009 • 16:15 • Scritto da Gabriele Niola

L’Amore Nascosto, la recensione

Una madre incapace di amare e una figlia con cui convivere. Arriva con due anni di ritardo l'ultimo film "girato intorno" ad Isabelle Huppert
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Regia: Alessandro Capone
Cast: Isabelle Huppert, Greta Scacchi, Mélanie Laurent
Durata: 90 minuti
Anno: 2007

Realizzato due anni fa e già passato al Festival del Film di Roma, L’Amore Nascosto arriva ora in sala sfruttando il richiamo mediatico della presenza della presidentessa dell’ultimo festival di Cannes, Isabelle Huppert.
Si tratta di una curiosa produzione italiana con una partecipazione minoritaria francofona (Belgio e Lussemburgo) voluta a tutti i costi per poter girare in lingua francese il film “perchè far recitare Isabelle Huppert in una lingua che non è il francese sarebbe delittuoso” è stato detto alla conferenza stampa, il che la dice lunga su molte cose.

La dice lunga cioè su come L’Amore Nascosto sia un film centrato su un attore o attrice in cui tutto è funzionale non al personaggio che interpreta ma alla recitazione di quel personaggio e nei quali tutti significati sono veicolati attraverso la recitazione. La messa in scena dimentica le sue potenzialità e si appiattisce su un solo elemento (la recitazione appunto) demandando ad esso l’onere di “fare il film”.

Com’è tipico di questi casi L’Amore Nascosto racconta un personaggio squilibrato, uno dei più grandi topoi della facile grande prestazione d’attore dei nostri tempi. Più che essere il ruolo difficile per antonomasia infatti il matto è il ruolo caricaturale per antonomasia; le persone con problemi mentali al cinema, quando sono interpretati da grandi attori, risultano essere sempre molto più interessanti e intensi di quanto non siano nella realtà, passando ad essere mezzo per l’affermazione attoriale da che dovrebbero essere il fine di quell’interpretazione.

Questo ovviamente non leva nulla all’immensa bravura di Isabelle Huppert, ma anche lei non può nulla di fronte ad un progetto di film che non sfrutta a dovere le sue energie, anzi le disperde. Alla fine ci si trova quindi davanti ad una storia che non parla della realtà, nemmeno per metafora, un film sostanzialmente non sono sincero e alquanto noioso, con una delle peggiori e più fastidiose colonne sonore che si ricordino.
La Huppert di suo è stata molto più incisiva quando ha interpretato La Pianista, una dissociata mentale che davvero poneva dei problemi allo spettatore e stimolava un confronto mettendone in forte crisi le idee. Ma quello, per l’appunto, era Haneke.

Può un attore essere programmaticamente il centro se non il film stesso? Indagare i meandri di una grande prestazione può intrattenere e far riflettere il pubblico? Vale la pena andare a vedere solamente Isabelle Huppert? Qui le altre critiche

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