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Una Notte Al Museo 2, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Una Notte al museo 2Regia: Shawn Levy
Cast: Ben Stiller, Amy Adams, Owen Wilson, Bill Hader, Hank Albert Azaria, Steve Coogan, Robin Williams, Alain Chabat, Eugene Levy, Jon E. Bernthal, Christopher Haden Guest, Ricky Gervais, Jonah Hill
Durata: 105 minuti
Anno: 2009

Un vero bel film non è mai politico. Anche quando vuole esserlo. Perchè la sua essenza di grande capolavoro ci parla al di là di qualsiasi messaggio didascalico che, inevitabilmente, sarà più superficiale e destinato a svalutarsi nel tempo, di significati artistici.
I brutti film didascalici invece sono sempre politici. Anche quando non vogliono esserlo.

E’ il caso di Una Notte Al Museo 2, che non solo non riesce ad arrivare al livello (comunque non alto) del primo ma assecondando quella filosofia hollywoodiana per la quale “l’unico modo per fare un sequel è prendere gli elementi vincenti del primo e moltiplicarli in varietà, quantità e dimensioni”, sfora in un film didascalico e dalla trama troppo esile.

Se la mancanza di divertimento autentico ed originale genera solo noia, è invece il modo in cui il film di Shawn Levy rilegge la storia americana e per proporla al suo pubblico (presumibilmente molto molto giovane) a dare l’idea della lezione di storia conservatrice.
Nel museo si animano diverse statue, opere d’arte e ovviamente personaggi storici. Si muovono, parlano ed agiscono secondo la loro (presunta) personalità Teddy Roosevelt (come nel primo film), Abramo Lincoln, il generale Custer e altre figure meno possenti ma ugualmente note dell’America della storia recente al pari di nomi del passato.

Gli schieramenti sono però molto chiari. Da una parte (quella buona) l’America tutta: dal protagonista, ai presidenti, fino al generale Custer (un po’ cretino perchè la storia gli ha dato torto ma in fondo tanto buono) e anche ai neri (ma in secondo piano); dall’altra il male: cioè le principali figure storiche del resto del mondo da Ivan Il Terribile, a Napoleone fino all’italoamericano Al Capone. Tutti sotto un inventato Faraone egizio.
I presidenti salveranno tutti e daranno anche la morale alla favola a stelle e strisce.

Unico atto di insurrezione a tutta quest’esaltazione americana, che però suona come una vittoria di Pirro, è il provincialissimo doppiaggio italiano che non solo utilizza senza remore i dialetti ma si prende anche l’onere di cambiare intere frasi o dialoghi inserendo riferimenti spiccioli a fatti di attualità tutti nostri. Napoleone parla come Berlusconi e il generale Custer cita Melissa P., tutte cose assolutamente non comprensibili ad un pubblico preadolescenziale. Gli unici che le capiscono sono quelli che non vorrebbero farlo.

Intrattenimento che non intrattiene o insegnamenti che non insegnano? Se il cinema deve insegnare qualcosa questo qualcosa devono essere le nozioni? O cosa? Qui gli altri pareri.


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