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Religiolus, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Religiolus Poster ItaliaRegia: Larry Charles
Cast: Bill Maher, Jose Luis De Jesus Miranda, Tom Cruise, Kirk Cameron, John Travolta
Durata: 101 minuti
Anno: 2008

Il titolo è una crasi tra religious e ridiculous, il che già la dice lunga sugli intenti del film che si configura proprio come un documentario michaelmooriano, di quelli cioè in cui l’autore compare sulla scena e porta per mano lo spettatore alla scoperta (e decostruzione) di un mondo, di un ambito o di un pensiero in particolare, che in questo caso è la religiosità.

Ma un’altra caratteristica tipica del documentario michaelmooriano è la poca cura nel contraddittorio oltre al totale disinteresse nel cercare di dare un’idea complessa della realtà. Religiolus va anche oltre accarezzando le convinzioni dei propri spettatori senza fare nulla più di una ridicola carrellata di mostruosa umanità che non convertirà nessuno e non instillerà nessun dubbio.
Sia Larry Charles (regista) che Bill Maher (comico e narratore) barano palesemente andando a cercare tutte le forme di religiosità più estreme e meno motivate d’America e del mondo. Dai camionisti integralisti ai parchi a tema cristiani, dai musulmani meno competenti ai predicatori più assurdi (il migliore è uno che si professa il Cristo venuto in terra per la seconda volta), senza mai affrontare qualcuno di realmente competente.
Non è questione di difendere la religione ma il concetto di documentario come indagine. Quantomeno per quanto riguarda quelli che si pongono come indagine.

Religiolus da un lato dipinge un mondo di religiosi senza un perchè e di convinti dalla mentalità totalmente dogmatica ma dall’altra non lo condisce con dei numeri che inquadrino la situazione. Non si sa che percentuale della popolazione siano i casi mostrati eppure il film lo stesso trae un discorso generale sulla religione.
Non c’è mai un contraddittorio vero, il comico con la sua preparazione, il suo carisma e l’indubbio umorismo mette continuamente in difficoltà avversari dialettici che non reggono il confronto. Il più delle volte si tratta di persone che non sanno che rispondere o che non dicono nulla più di “L’ha detto Dio”.

Oltre a questo il film è anche eticamente discutibile. Se è vero che un documentario non è mai la realtà ma una certa porzione della realtà filmata e mostrata in un certo modo (cioè attraverso la visione che ne ha l’autore) è anche vero che non si può fare questo pretendendo di essere realisti. Le interviste di Maher sono spesso montate per aumentare l’effetto comico: dopo una frase ad effetto o una sua domanda spesso la macchina da presa stacca e inquadra più da vicino l’intervistato in silenzio e con lo sguardo perso, suggerendo la sua incapacità di rispondere ma di fatto barando perchè c’è stato uno stacco e potrebbe essere un altro momento.
E quando finalmente un rabbino sembra essere svelto di parola e di retorica quanto il comico questi se ne va indignato per il presunto negazionismo sull’olocausto dell’intervistato.

Larry Charles (che con Borat si era distinto per acume) e Bill Maher non cercano in alcun modo di capire o indagare un fenomeno ma vanno a ridicolizzare. E lo fanno talmente bene che il risultato è intrattenimento puro ma ingannevole.

Quanti altri la pensano così? Gli altri recensori si sono sentiti altrettanto presi in giro? Scoprilo qui.

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