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L’Onda, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Londa Poster 02Regia: Dennis Gansel
Cast: Jürgen Vogel, Frederick Lau, Christiane Paul
Durata: 101 minuti
Anno: 2008

Se non ne avete sentito parlare vi dico in un attimo la trama di L’Onda: all’università un gruppo di studenti viene fomentato a fare un esperimento sociologico, per capire se è possibile un nuovo nazismo oggi si impegnano per una settimana a fare gruppo, a rispettare l’autorità e vestirsi uguali ecc. ecc. insomma a fare tutte quelle cose che caratterizzano l’autarchia.

Sotto l’egida di un professore assolutamente liberale e progressista (che appunto per questo vuole mostrare loro il funzionamento di simili meccanismi) vengono portati a simulare l’emergere di un gruppo dominante che sempre di più diventa intollerante del dissenso.

Le dinamiche di conquista del consenso tipiche delle autarchie sono ben rese, nel microcosmo scolastico si replicano tutte i topoi dittatoriali: dal benessere iniziale, alla percezione dei vantaggi, dall’emarginazione del diverso all’intolleranza per le proteste, fino al percepirsi come migliori e al raggiungere le menti più semplici dando loro una ragione per sentirsi integrati.
Il fascismo e il nazismo nel loro emergere sono ben compresi dall’autore che li ricrea con dovizia di particolari e anche una certa indulgenza (non per l’ideologia certo ma per chi suo malgrado ne viene coinvolto pensando che sia meglio per tutti) che aumenta la complessità del film.

Ciò che invece non va davvero è l’idea di fondo. Non solo è assolutamente implausibile che in 7 giorni si creino dinamiche simili, così velocemente e con tale forza (ma in fondo è una forzatura di trama utile a parlare d’altro e si può tollerare), la cosa più fastidiosa è che L’Onda non tiene in considerazione tantissime altre variabili mostrando però una dovizia di particolari realistica che ha poco senso.

Per dirla in parole povere esiste già, oggi, nella vita di tutti i giorni, un sistema che inquadra i giovani, che li fa vestire tutti uguali, che li fa sentire parte di un gruppo unito, che gli dà speranza, che li coalizza contro qualcun altro, che li dota di ritualità particolari e che è fortemente incentrato su una gerarchia indiscutibile e su un sistema di simboli intoccabili. Un sistema dove non c’è possibile discussione e che dà senso alla vita dei più semplici ed emarginati tramite un’ideologia fortissima e valori dogmatici. Sono le scuole private religiose. Eppure non si ricreano dinamiche fasciste. Questo perchè esistono altre strutture parallele (la famiglia in primis) che mediano gli insegnamenti e li riportano nelle dovute proporzioni.

E poi il finale, che non anticiperò, così ricattatorio e volgarmente arrogante nel pretendere la partecipazione emotiva dello spettatore che maldispone anche il più bendisposto è tra i meno risolti mai visti.

Capisco che i tedeschi cerchino di venire a patti in tutti i modi con la propria eredità e questa rappresentazione del nazismo è quasi un atto autoindulgente (perchè, giustamente, mostra come sarebbe potuto accadere ovunque) verso le colpe dei padri che vanno assunte anche dai figli (“Ma noi che centriamo con il nazismo?” dice all’inizio un ragazzo che poi sarà tra i più fomentati), ma cerchiamo di farci dei bei film intorno…

E’ giusto sacrificare il bel cinema sull’altare del senso civico? E’ giusto fare film anche se non bellissimi sull’eredità nazista oggi? Il tema è così importante da meritare di essere raccontato a prescindere? Secondo me no, gli altri pareri qui.

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