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Watching the Watchmen – parte 4

Di Marco Triolo

Ben trovati! Partiamo subito con la seconda parte dell’approfondimento sui temi del graphic novel. Per la prima parte andate qui. Qui e qui trovate invece Parte 1 e 2 di Watching the Watchmen. Buona lettura!

La concezione del Tempo

La concezione del tempo in Watchmen potrebbe essere riassunta semplicemente tirando in ballo il “doomsday clock”. Di cosa si tratta? Di un particolare orologio presente nella “stanza dei bottoni” in cui Nixon ed il suo staff militare si riuniscono in alcune scene chiave del fumetto. Non è però un’invenzione di Alan Moore: lo scrittore si è ispirato alla realtà.

E la realtà è questa: l’orologio dell’apocalisse è un orologio simbolico creato nel 1947 dagli scienziati del Bulletin of Atomic Scientists dell’Università di Chicago. La mezzanotte simboleggia l’olocausto nucleare, e al momento della sua creazione le lancette furono impostate su sette minuti a mezzanotte. Durante lo svolgersi degli eventi in Watchmen, spesso vediamo le lancette di tale orologio impostate su cinque minuti a mezzanotte, un segnale chiaro e conciso della crisi che sta investendo il mondo.

Ora, lungi dall’essere un semplice elemento chiarificatore, il doomsday clock rientra anche in una rete concettuale e simbolica che percorre e caratterizza tutta l’opera di Moore e Gibbons, sia da un punto di vista concettuale che grafico. Innanzitutto, sta ad indicare l’approssimarsi di una possibile apocalisse, quindi un destino imminente (o, come si direbbe in inglese, “impending doom”) che dovrà essere fermato prima che si possa avverare. Quindi Watchmen diventa, letteralmente, una “corsa contro il tempo” (l’orologio). In secondo luogo, l’immagine del doomsday clock funziona anche per creare una sorta di tensione tra la visione comunemente umana del tempo (come qualcosa che scorre in avanti ed è imprevedibile nei suoi sviluppi) e quella del Dio della storia, ovvero il Dr. Manhattan. Per costui, il Tempo come concepito dall’Uomo è una pura illusione: esso è una dimensione, come quelle spaziali, e non è consequenziale. E’ l’Uomo a leggerlo come tale per una evidente mancanza intellettiva.

Manhattan si fa perciò portavoce del Determinismo, una dottrina filosofica (a cui viene collegata anche l’opera di Immanuel Kant, David Hume e Baruch Spinoza) secondo la quale tutto ciò che esiste o accade è predeterminato da una catena ininterrotta di eventi accaduti in precedenza. Di conseguenza, il libero arbitrio è un’illusione. Manhattan vive proprio secondo questi principi: lo vediamo, nell’arco della storia, mentre afferma di non sapere cose che in realtà conosce già, semplicemente perché gli devono ancora essere riferite – un rompicapo che fa spesso uscire di testa chi gli sta intorno, come la sua compagna Laurie/Silk Spectre. La figura di Manhattan è di per sé un riferimento al determinismo, in quanto cresciuto facendo l’orologiaio: l’analogia dell’orologiaio è spesso utilizzata dai deterministi per descrivere Dio.


Teorie di complotto

Contrapposto al determinismo di Manhattan/Jon Osterman sta Rorschach: in un’antitesi calcolata che preannuncia un tema di cui ci occuperemo più sotto, l’asse Manhattan/Rorschach dà vita ad una perfetta simmetria. Da un lato, il Dio che vede tutto come già scritto e decide di lasciare la Terra perché non ha più alcun interesse in essa. Dall’altro il vigilante totalmente umano, che si sporca di sangue per le strade luride, con i piedi ben piantati nel suolo. L’uno è il determinista; l’altro crede di poter cambiare il mondo e non accetta, nemmeno davanti all’evidenza della sconfitta, che le cose seguano un corso prestabilito da un piano micidiale che sta dietro al misterioso complotto di Watchmen. Il personaggio di Rorschach cita tutta una serie di “teorie di complotto” che, all’epoca in cui uscì il fumetto, erano ancora viste come ipotesi strampalate, mentre oggi sono radicate nella cultura popolare grazie a serial come X-Files. Ancora una volta, Moore e Gibbons precorrono i tempi.


Una faccia sorridente

Torniamo al doomsday clock: dicevamo che l’orologio anche graficamente diventa un elemento portante dell’opera. In primo luogo perché è spesso presente, non solo come doomsday clock, ma anche nelle sequenze della giovinezza di Jon Osterman, quando emula il padre orologiaio a New York. Inoltre, l’orologio è presente su ogni copertina in riferimento alla parola Watchmen, che si può anche tradurre come “gli orologiai”. Inoltre, l’orologio appare spesso inserito sullo sfondo di diverse vignette nel corso della serie, una presenza quasi subliminale ma che accentua ancora di più la sensazione di destino imminente e corsa contro il tempo di cui parlavamo. Tanto più che spesso le lancette sono ritratte nella posizione del doomsday clock, anche se non sempre.

Dagli orologi allo smiley, l’altro elemento grafico ricorrente e il simbolo dell’intera opera, il passo è breve: innanzitutto perché si tratta, in entrambi i casi, di forme circolari, che quindi si richiamano anche ad un livello basilare e immediato. Poi perché lo smiley macchiato di sangue, ovvero il simbolo del Comico ucciso, richiama ancora una volta le lancette del doomsday clock.

Moore afferma di aver utilizzato lo smiley per alleggerire il design del Comico; mala faccetta sorridente porta una serie di significati con sé. Secondo alcuni test fatti dai comportamentismi, da cui Moore dice di aver tratto ispirazione, è risultato che lo smiley viene considerato come un “simbolo di totale innocenza”. Con l’aggiunta di una macchia di sangue diventa così la sintesi perfetta delle tensioni e dei conflitti che animano la storyline del fumetto.

Lo smiley viene così adottato in maniera massiccia, al pari dell’orologio, e lo stesso Moore ammette che la cosa non è dipesa totalmente da lui: “c’è roba dentro che Dave ha messo e che persino io ho notato solo alla sesta o settima lettura”. Ed altre cose che invece sono “saltate fuori per caso”. Come ad esempio, la spina degli “idranti” che, se capovolta, ancora diventa una faccia sorridente. Oppure, ancora, il cratere Galle, che Gibbons ha trovato sfogliando un libro sul pianeta rosso e che coincidentalmente ricorda uno smiley, ed è stato perciò inserito in un numero.


Flashback

Tornando al tema del Tempo, non si può non citare l’episodio 4 del graphic novel, intitolato “L’orologiaio”, in cui Moore e Gibbons descrivono in maniera inconsueta e geniale il passato di Manhattan, in una serie di salti tra il presente e varie epoche passato che rendono alla perfezione la concezione del tempo del personaggio. E’ un episodio chiave, a livello narrativo, perché delinea il personaggio di Manhattan e, come già detto, illustra la filosofia determinista alla base dell’opera. Ma qui ci interessa soprattutto perché è il migliore esempio di come Moore e Gibbons abbia sapientemente utilizzato una tecnica vecchia come il cinema: il flashback.

Poiché Watchmen si svolge in una realtà parallela, era fondamentale per Moore e Gibbons far calare il lettore in un contesto così simile al nostro, e contemporaneamente in qualche modo alieno. I Flashback sono, dunque, sia uno strumento per mostrare il passato dei protagonisti e le loro varie relazioni (come ad esempio nella scena in cui si incontrano i Crimebusters, il gruppo formato dagli eroi di seconda generazione, parallela a quella che vede invece la riunione dei Minutemen) o percorsi personali (come la filosofia di vita di Adrian Veidt o la psicosi di Rorschach), sia uno stratagemma per narrare i fatti storici che divergono dai nostri, come la vittoria in Vietnam. Dato che, quando ci sono delle divergenze nella linea temporale, ciò è dovuto all’intervento degli eroi mascherati, le loro storie e la Storia finiscono per essere legati indissolubilmente.

Nel caso dell’episodio citato, “L’orologiaio”, i flashback perdono in realtà la loro natura di narrazione “artificiale”, in quanto finiscono per rappresentare la reale concezione degli eventi del Dr. Manhattan, che vede tutto davanti a sé contemporaneamente: il giorno del suo incidente, la storia d’amore con Janey, la relazione con Laurie, la sua giovinezza, il Vietnam e la fuga su Marte.

I flashback introducono anche un altro tema dell’opera: quello della memoria. Essi sono spesso utilizzati per delineare ad arricchire la psicologia dei personaggi, tramite il raffronto dei diversi punti di vista che su di loro hanno amici e colleghi. L’esempio più lampante è quello del Comico che, essendo già morto nel momento in cui la storia inizia, rivive SOLO grazie alla memoria degli altri eroi. Una tecnica che rimanda senza dubbio a Quarto potere di Orson Welles, in cui il protagonista Kane muore al primo minuto del film: il resto della pellicola ricostruisce la sua vita grazie ai ricordi, spesso anche contrastanti, delle persone che gli sono state vicine.

La memoria, dunque, può anche essere fallace: è il caso di Sally Jupiter/Silk Spectre I, che ha idealizzato il passato al punto da affermare “il passato anche con i momenti più brutti, beh, diventa sempre più luminoso”; è anche il caso di Rorschach, che ha idealizzato le figure del padre e del presidente Truman, elevandole ad esempi di condotta.


Paurosa simmetria

Watchmen ha una struttura simmetrica sia a livello macroscopico che microscopico. La simmetria, cioè, coinvolge sia l’andamento generale della serie, sia i singoli numeri e, come già visto, i percorsi dei personaggi. Rorschach di per sé è un simbolo di questo: il test da cui il vigilante prende nome è fatto di macchie simmetriche, le stesse presenti sulla sua maschera e nei suoi “biglietti da visita”.

Prendiamo ad esempio il quinto numero, “Paurosa simmetria” (titolo mutuato dalla poesia The Tyger di William Blake), che è dedicato al passato di Rorschach. In questo episodio sono presenti stratagemmi ricorrenti, utilizzati anche negli altri numeri del graphic novel: innanzitutto la storia inizia con una vignetta che riprende il particolare della copertina (in questo caso una pozzanghera dove si riflette un teschio composto da due “R” speculari come in una macchia di Rorschach). La stessa vignetta chiude il capitolo, dando in partenza un’idea di simmetria. Pur presente in tutti gli altri numeri – nell’ultima pagina la copertina e la prima vignetta vengono sempre in qualche modo citate – in questo caso l’effetto è ancora più sottolineato. Alla metà perfetta dell’albo originale, inoltre, è presente una doppia pagina in cui si vede Adrian Veidt/Ozymandias mentre si difende da un attentatore. La sequenza è strutturata in maniera perfettamente speculare.

(ATTENZIONE: PICCOLI SPOILER)

Passando al livello macro, cioè guardando l’intero graphic novel, scopriamo poi ulteriori rimandi significativi: se nel citato quinto episodio Rorschach viene catturato dalla polizia, nell’ottavo (il quinto a contare dalla fine) è liberato di prigione. Stessa cosa per il Dr. Manhattan che nel quarto numero fugge su Marte, dove ripensa la propria vita nel momento di massimo disinteresse nel genere umano, mentre nel nono (quart’ultimo) episodio ritorna sulla Terra insieme a Laurie con rinnovata fiducia. Da notare, ancora, il legame tra secondo e undicesimo episodio: nel secondo (“Amici assenti”) la figura di Edward Blake/Comico è ricostruita attraverso il punto di vista dei vari personaggi; allo stesso tempo, vediamo alcuni dei punti salienti nella storia degli eroi, primo fra tutti l’incontro dei Crimebusters nel ’66. Molti di questi eventi vengono rivisitati nel penultimo episodio, attraverso un punto di vista nuovo che ne stravolge completamente il senso. Da un lato i pezzi, dal lato opposto il puzzle completo.

(FINE SPOILER)


I racconti del Vascello Nero

Una delle cose di cui i fan di Watchmen amano discutere – e avete degli amici che lo sono, sappiate che vi faranno una testa così su questo punto – sono I racconti del Vascello Nero, una “storia nella storia” che riflette alcuni dei temi portanti del fumetto.

Si tratta di un racconto a fumetti, letto da un ragazzino seduto a fianco di un’edicola a New York. Il fumetto racconta la storia di un marinaio che, scampato ad un attacco di pirati, la ciurma di non-morti che governa il Vascello Nero, costruisce una zattera per tornare al proprio villaggio, irrazionalmente convinto che sarà il prossimo obiettivo dei mostri. Per respingere gli attacchi degli squali, non esita a legare sotto la zattera i corpi dei suoi compagni di viaggio ormai semi-putrefatti. Giunto al villaggio, ormai impazzito per la paranoia e i sensi di colpa per aver così abusato dei cadaveri dei suoi amici, uccide una coppia innocente, convinto che siano parte della ciurma del Vascello Nero. La stessa sorte tocca a sua moglie, che l’uomo scambia per un pirata a guardia della sua casa. Ritrovata la ragione, l’uomo capisce di essersi a sua volta trasformato in un mostro e, tornato alla spiaggia, avvista la nave maledetta. Invece di fuggire, comincia a nuotare verso di essa perché ormai non gli resta che unirsi ai demoni.

Il racconto ha molteplici livelli di lettura, molti dei quali impossibili da esaminare senza rivelare importanti colpi di scena del plot di Watchmen. Basti dire che il Vascello Nero può essere visto come un’allegoria dell’America negli anni della Guerra Fredda, in cui tensione e paranoia laceravano il Paese, e le vite di persone innocenti erano calpestate a nome di ideali “più alti”, come il bene della Nazione. Ma ci sono altre possibili letture, che coinvolgono l’arco narrativo di vari personaggi:

(SEGUE SPOILER)

mi riferisco al particolare dei cadaveri sotto la zattera e alla conclusione, in cui il marinaio si unisce al suo nemico.

(FINE SPOILER)

Bene, si è detto anche troppo: lascio a voi l’interpretazione di quest’ultimo paragrafo, una volta che avrete visto il film oppure letto il fumetto. Cosa che consiglio caldamente… però capisco che non vogliate rovinarvi la sorpresa! Dal prossimo appuntamento, inizieremo una serie di ritratti dedicati ai personaggi principali di Watchmen. Si comincia con il Comico… non mancate!

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