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W., la recensione

Di Gabriele Niola

W. Poster USA 01Regia: Oliver Stone
Cast: Josh Brolin, Elizabeth Banks, Ioan Gruffudd, Richard Stephen Dreyfuss, Thandie Adjewa Newton, James Cromwell, Ellen Burstyn, Scott Glenn, Jeffrey Wright
Durata: 129 minuti
Anno: 2008

Il cinema semplifica la realtà per indagarla, gli americani semplificano il cinema per proporre la propria realtà. Per questo un film che legga il presente realizzato ad Hollywood è quasi sempre una delusione.
W. tenta un’impresa incredibilmente difficile (molto più audace e dichiarata del nostro Caimano ma non ai livelli di semidocumentarismo di Aprile) con uno spirito che in fondo non è troppo lontano dal Divo. La lettura della contemporaneità anche per Stone passa spesso attraverso il grottesco (qui infinitamente meno sottolineato che nel film di Sorrentino) e chi non ama George W. Bush troverà un ritratto in linea con le proprie aspettative condito di ironia e molta plausibilità.

Ma se il realismo dell’esito è un punto interrogativo vero (dipingere il presidente degli Stati Uniti come il compagno delle medie coglione e fascistello è un po’ semplicistico ma se si pensa a cosa farebbe quel compagno se fosse presidente…) non lo è l’idea di cinema di Oliver Stone, qui più forte che mai.
In W. realizza il ritratto di un vivente, un uomo importante e influente, scegliendo la strada della partecipazione smaccata. Pur non approvando, Stone si cala forzatamente nei suoi panni per generare compassione prima che disapprovazione. Il suo Bush Jr. è un uomo che crede nel cinema, crede che ciò che ha visto al cinema per una vita sia vero, è un uomo in buonissima fede seriamente convinto che il bene trionfi sul male. Ed ovviamente è convinto di essere il bene.

Stone non si nasconde dietro un dito e distribuisce le colpe. Bush è da compatire ed è solo assurdo che sia finito lì, Dick Cheney è il male, Colin Powell è un povero Cristo che aveva capito quando fermarsi, Donald Rumsfeld è un invasato e Karl Rove un abile manipolatore. Tutti gli girano intorno e lo usano facendogli intendere di essere il capo che fa il bene della nazione.
E’ semplicistico. Ma il modo con cui Stone filma tutto questo: il già detto grottesco, l’amore per i dettagli in grado di spiegare un mondo (pannocchie schiacciate, fibbie giganti…) e le continue deviazioni oniriche (un po’ pesanti a dire il vero) sono alla fine convincenti se non a livello di contenuto a livello di forma.
Può non essere il ritratto effettivo dell’ormai ex-presidente degli USA, ma è uno splendido ritratto.


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