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Quarantine, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Quarantine Poster USARegia: John Erick Dowdle
Cast: Johnathon Schaech, Jennifer Carpenter, Columbus Short, Jay Hernandez
Durata: 89 minuti
Anno: 2009

Quarantena può essere definito solo come: interessante. Interessante per tantissimi motivi, molti dei quali esulano dal godimento stesso dell’opera.

E’ interessante perchè conferma in quale maniera gli americani, che si rifiutano di doppiare i propri film, preferiscono rifarli da capo, mettendo in campo tutte nuove compentenze intorno a concept e script che rimangono per l’80% identici a quelli di partenza.

E’ interessante perchè pur essendo Quarantena quasi identico a REC a livello di sceneggiatura, opera dei cambiamenti fondamentali a livello di messa in scena.
REC riprende tutto simulando quanto più possibile il tipo di inquadrature televisive o comunque amatoriali per cercare di “immergere”, Quarantena finge solamente di fare la stessa cosa in realtà bara e pesantemente. Le inquadrature e le scelte che vengono fatte su “come riprendere cosa” sono in realtà puramente cinematografiche. Lo vediamo dalle luci come sono disposte, dalla composizione che spesso è misuratissima, dai giochi di sfocato, dalle mille strategie di linguaggio filmico. Si può dire che l’unico legame tra i due modi di riprendere sia la dichiarata “instabilità” della ripresa a mano.

E’ interessante perchè nonostante si rifaccia a qualcosa di non americano porta comunque avanti il discorso tutto hollywoodiano sull’incorporare lo stile con macchina a mano all’interno degli standard dello studio system. Un discorso molto delicato per un’industria fondata sui prodotti commerciali che ha integrato con grandissimo ritardo una soluzione “autoriale” come quella dell’handycam.
Sono arrivati prima i film di guerra, poi l’azione metropolitana, poi le serie TV, i blockbuster e gli horror. Ora la messa in scena con macchina a mano è uno standard e si sta evolvendo sempre di più. Quarantena la mette ad un altro livello anche rispetto al recente Cloverfield, cercando di operare il passaggio dal naturalismo “dogmatico” ad una più tradizionale messa in scena controllata all’americana.

E’ interessante perchè dalle piccole differenze tra come si genera la paura in REC e come in Quarantine si capisce quale sia lo specifico del terrore all’americana. Parlo degli infetti che grugniscono come zombie, parlo del maggiore spargimento di sangue e dei minori riferimenti satanico/cattolici, parlo del ruolo molto più presente e maligno delle forze dell’ordine e infine di una tensione che viene resa utilizzando di più tutti gli strumenti del linguaggio filmico.

In questo allora Quarantena risulta molto più autoriale e raffinato di REC. Tuttavia, a parte questi spunti non di grande rilievo per tutti, rimane un mistero perchè lo spettatore italiano dovrebbe andare a rivedere un film identico ad un altro uscito un anno fa.

Vuoi una recensione che soddisfi di più il tuo senso tutto particolare per l’horror? Vuoi sentire parlare di quanti schizzi di sangue si vedano? Se una risposta c’è la trovi qua.


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