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Milk: Screenweek incontra Gus Van Sant

Di peter

Milk Poster USA

Dopo che ieri vi abbiamo mostrato la nostra intervista a James Franco, oggi è il momento di Gus Van Sant, uno dei registi più innovativi del cinema americano. Un vero autore che riesce a passare da progetti sperimentali (vedi Elephant e Paranoid Park) a pellicole più hollywoodiane in cui comunque riesce a mantere il suo tocco da regista (e nessuno riesce a raccontare i giovani meglio di lui). Proprio ieri il suo biopic, Milk, è stato nominato dall’Academy per otto statuette – tra cui miglior film, regia, attore protagonista, sceneggiatura originale). Noi l’abbiamo incontrato qualche giorno fa nella capitale.

Se volete leggere la nostra intervista a James Franco, cliccate qui.

Parliamo un momento di ciò che rappresenta Harvey Milk, non solo per gli omosessuali, ma per tutto il popolo. O come diceva lui i “noi” della società…
Ogni volta che Harvey saliva sul palco, esortava gli esseri umani a essere loro stessi e a comunicarlo ai propri genitori, amici e colleghi di lavoro prima di tutto. Il suo messaggio era “dì a tutti chi sei”. Ma il suo scopo era quello di rivolgersi a ogni singolo individuo. Lui veniva da una parte discriminata e non gli interessava portare avanti solo i diritti degli omossessuali dimenticandosi degli altri. E poi la sua politica a favore dei gay non sarebbe mai andata avanti se fosse stata gestita in maniera isolata, aveva bisogno dell’appoggio di altri gruppi. E aveva la personalità giusta per conquistarli e trascinarli dalla sua parte.

Qual era il ricordo di Harvey Milk prima che il suo film arrivasse sugli schermi?
Abbiamo fatto questo film per non dimenticare… e penso che il ricordo di Harvey si fosse affievolito negli ultimi 20 anni. Anche per quanto riguarda la comunità omosessuale. C’è anche un aspetto sorprendente: molti giovani non sapevano, infatti, delle incursioni della polizia nei bar gay in quegli anni! Ho fatto questo film proprio perché era importante non dimenticare.

Al giorno d’oggi c’è una figura politica che può ricordare Harvey Milk?
Nel 1976, Harvey Milk era solo uno scherzo, una specie di clown. Poi è diventato l’icona che conosciamo. Però fa ben sperare che adesso, dopo 30 anni, il movimento dei gay stia di nuovo riprendendo piede. E forse c’è una possibilità che appaia il nuovo Harvey Milk.

E cosa ne dice di un paragone con Obama?
Obama rappresenta aspetti molto simili, come ad esempio una valutazione intelligente dei problemi che si pongono e cosa si può fare per risolverli. Se uno guarda anche tra gli elettori di Obama, sono un po’ le stesse persone a cui si rivolgeva anche Milk. Penso che abbiano in comune il fatto di occuparsi delle minoranze. Entrambi hanno opinioni molto forti al riguardo. Per me ci sono similitudini e anche differenze. Tra le similitudini vedo il tipo di campagna elettorale che hanno condotto e anche la loro visione sulla speranza che diventa l’elemento centrale dei loro discorsi, e di conseguenza, anche nel messaggio che arriva al popolo.

Il suo film è stato vietato ai minori 17 in patria. Come se lo spiega?
E pensare che a Hollywood il divieto a volte può essere uno degli obiettivi della produzione: tipo se un film è marchiato con la R, allora vuol dire che in termini di marketing attirerà le masse. Eppure sono rimasto molto sorpreso che fanno vedere questo film in alcuni Stati col permesso dei genitori. Il posto dove è stato più visto è stato proprio a Salt Lake City nello Utah, che è una comunità di mormoni. Probabilmente la popolazione ha bisogno di questi film!

Vi ricordiamo che Milk è da oggi su tutti gli schermi italiani, distribuito dalla Bim.

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