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Il Dubbio, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Regia: John Patrick Shanley
Cast: Meryl Streep, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Viola Davis, Lloyd Clay Brown, Joseph Foster, Bridget Megan Clark
Durata: 104 minuti
Anno: 2009

E’ difficilissimo portare il teatro al cinema e farsi aiutare da un maestro delle immagini come Roger Deakins sicuramente è utile in questo senso, eppure il senso ultimo di Il Dubbio sembra lo stesso non appartenere al film.

Verboso come sanno essere le opere teatrali e quindi necessariamente imperniato attorno a due punti fissi incrollabili come Philip Seymour Hoffman e Meryl Streep, il film si propone scientificamente di indagare il concetto di dubbio o di sospetto cercando di lasciare che lo spettatore sia coinvolto attivamente nell’impossibilità di esprimere un giudizio.
Il prete protagonista è colpevole di ciò di cui la superiora lo accusa senza prove? I suoi cedimenti sono manifestazione di altre debolezze o semplice coda di paglia? La risposta a queste domande conta poco, quello che conta è porsi simili interrogativi e mettere in crisi la cultura del sospetto e del dubbio.

Tutto questo però emerge con una certa fatica e soprattutto grazie ad un’esposizione esagerata dei significati. Tutto è sufficientemente urlato e la trattazione molto banale della materia non trova il necessario contraltare in una conclusione alta. Anzi proprio la chiusura del film, sempre importante ma in questo caso fondamentale, è tra i momenti peggiori di un film che manca anche di affrontare il tema principale, quello della pedofilia.

Parlare di un tema così attuale in America non può essere considerato casuale o non influente e farlo trasportando le vicendo in un’altra epoca, foriera di altre contraddizioni (una chiesa ancor più fuori dal tempo di oggi e un prete progressista che oggi sarebbe solo normale) e incapace di giungere a vera sintesi.
Lo scontro dialetico tra Philip Seymour Hoffman e Meryl Streep è quello tra il pensiero dogmatio tipico delle istituzioni cattoliche e quello più liberale che si prende la briga di “questionare” la reltà e gli ordini superiori. Allo stesso modo in cui la madre del ragazzo coinvolto ha tutta un’altra visione delle cose data dalla particolare situazione che vivono. Eppure da tutti questi scontri non emerge nessuna sintesi, nessuna idea.

E poi soprattuto perchè costellare la messa in scena con quelle inquadrature sghembe? Sempre presenti in momenti cardinali e quindi teoricamente portatrici di significati molto chiari ma poi incredibilmente banali. Perchè girare tutto come se ci fossero delle verità (appunto dogmatiche) da impartire? Il Dubbio alla fine rimane solo sulla trama.

“Voglio un secondo parere!” è quello che ti viene da dire leggendo questa recensione? Lo trovi o lo segnali qui.

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