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Watching the Watchmen – parte 3

Di Marco Triolo

Eccoci dunque al terzo appuntamento con Watching the Watchmen, per quelli che volevano sapere tutto su Watchmen ma non hanno mai osato chiedere. Beh, non dovrete più farlo: senza che l’abbiate chiesto, c’abbiamo pensato noi a dirvi tutto!

Quest’oggi iniziamo un capitolo in due parti dedicato ai temi, sia evidenti che subliminali, sia filosofici che politici, sviluppati da Alan Moore e Dave Gibbons nel graphic novel di Watchmen. Abbiamo già parlato (qui) di come il fumetto sia ambientato in una realtà alternativa. Alan Moore ha affermato di aver utilizzato tale stratagemma perché sapeva che il pubblico di lettori sarebbe stato politicamente eterogeneo e temeva che alcuni lettori avrebbero abbandonato la serie, se fosse stato fatto scempio dei leader che ammiravano. Si tratta in sostanza di un trucco per poter parlare del clima politico americano (e non solo), avendo al contempo la totale libertà di abusare delle figure di noti statisti, con la scusa che si trattasse di versioni “alternative” di essi.

La figura politica più prominente dell’intera vicenda è, chiaramente, il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, scampato in questa linea temporale allo scandalo Watergate, per via della morte “misteriosa” dei giornalisti che avrebbero nella realtà fatto scoppiare lo scandalo. La popolarità per aver vinto la guerra del Vietnam (vedi, su questo, la parte 2) ha permesso a Nixon di cancellare il 12° emendamento (che limita a due i mandati presidenziali) e di instaurare così una sorta di dittatura lunga cinque mandati.

L’utilizzo di Nixon nella storia non può che portare a precise associazioni: si pensa alla corruzione del potere (di cui l’ex-presidente è diventato il simbolo più famigerato) e questo si collega a tutto un discorso più ampio leggibile tra le righe (o tra le vignette) del graphic novel: il potere logora e ne rende i dententori egoisti e insensibili alle sofferenze ed ai bisogni del popolo che ha inizialmente delegato loro l’autorità. Moore sceglie il Comico/Edward Blake come esempio di questo processo di inaridimento morale: il giustiziere si fa dominare dalla sensazione di immortalità che il potere gli dona, diventa una sorta di condottiero para-fascista, dominato a sua volta da un cinismo assoluto e convinto che il popolo debba essere protetto principalmente da se stesso. Entra in gioco anche un sottotesto sulla megalomania: ne è un esempio anche Adrian Veidt/Ozymandias, ex eroe mascherato che si ritiene “l’uomo più intelligente del mondo”, si ritiene una sorta di “erede” spirituale di Alessandro Magno e dei faraoni (“Ozymandias” è appunto il nome greco di Ramsete II), e dirige un impero economico finanziato dalla vendita di action figures basate sulla sua immagine.

Tutto questo rientra in un’altra tematica cara agli autori: la già citata decostruzione della figura dell’eroe, il cui ruolo di paladino della giustizia è messo in discussione attraverso una serie di oculate mosse. Prima di tutto, Moore pone figure di supereroi tipiche della Golden Age (termine con cui si indicano gli “anni d’oro” del fumetto americano, gli anni trenta e quaranta), quindi piuttosto naif, nel contesto disincantanto degli anni ottanta, creando un effetto di straniamento ed una tensione di fondo. Poi, procede ad una spietata critica morale: il succitato Comico è definito da Ozymandias un “nazista”, ed è vero che questi non esita ad uccidere una donna incinta in Vietnam ed a molestare una compagna di squadra. L’unico a difenderlo è Rorshach, che tende a perdonare queste azioni aberranti come semplici “lapsus morali”. In questo sta il concetto del “culto degli eroi” teorizzato dal saggista Thomas Carlyle (foto sotto), in seguito ripreso dalla prima filosofia fascista: semplificando, Carlyle afferma che la venerazione per un eroe non richiede la perfezione morale – dell’eroe, in sostanza, non bisogna stare a guardare i piccoli difetti umani.

Ancora, il tema dell’autorità apre un discorso sul popolo. La “massa” ripone fiducia nell’autorità costituita – che, secondo un concetto weberiano, viene tollerata solo in virtù del suo potere sociale – mentre disprezza ogni forma di autorità non legalizzata, in quanto non la possiede a sua volta. Questo è sintetizzato nella frase-tormentone del graphic novel, “chi controlla i controllori”, che sta ad indicare come la fiducia nei giustizieri, all’inizio supportati dal governo, scompaia totalmente con il Keene Act e la loro messa al bando. Quelli che prima erano degli eroi ammirati, diventano oggetti di sospetti e attacchi non appena vengono sollevate questioni di responsabilità e colpevolezza.

Naturalmente, anche questa scarsa fiducia nelle autorità rispecchia la realtà sociale degli anni settanta, in cui giunsero all’apice movimenti reali che si erano sviluppati a partire dalla seconda metà del XX secolo, come quello di opposizione alla guerra in Vietnam o quello afro-americano per i diritti civili.

Nel prossimo capitolo continueremo a trattare i temi portanti dell’opera, in particolare la struttura simmetrica del fumetto e il tempo, sia da un punto di vista narrativo che grafico (dai flashback all’utilizzo di elementi ricorrenti che richiamano l’orologio). I post successivi saranno dedicati ad una serie di ritratti dei personaggi principali.

Nel frattempo, carissimi lettori, Buone Feste a tutti voi!

Watchmen trailer; Watchmen videogame trailer; il racconto dei primi 22 minuti.

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