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Stella, la recensione

Di Gabriele Niola

Stella Poster FranciaRegia: Sylvie Verheyde
Cast: Léora Barbara, Karole Rocher, Benjiamin Biolay, Laëtitia Guerard
Durata: 102 minuti
Anno: 2008

E’ impossibile non paragonare Stella a I 400 Colpi, perchè il film di Sylvie Verhyde non solo racconta ispirandosi alla vita dell’autrice di una bambina scapestrata che ha difficoltà a scuola, spesso causate dal suo atteggiamento ma dotata poi di un mondo interiore vivace, che ha dei genitori che la trascurano e che si tuffa nella letteratura (Balzac!) come rifugio personale, ma anche la struttura del racconto segue per molti versi la struttura del film di Truffaut.

La bambina passa attraverso molte difficoltà di piccolo conto, si mette nei guai, ha una sola vera amica, tiene nascoste le cose ai genitori, passa la notte dall’amica e poi c’è anche una clamorosa interrogazione-confessione verso la fine ripresa (quasi) senza controcampi.
Il finale è però completamente diverso.

Infine lo stile di ripresa anche è il medesimo, a parte la macchina a mano che non si usava all’epoca (ma che è proprio la declinazione moderna di quel tipo di libertà di movimento della Nouvelle Vague), c’è la protagonista prevista in ogni inquadratura, abbondanza d’esterni, stile semidocumentaristico e soprattutto una recitazione da parte della bambina molto compassata eppure empatica.
Ad ogni modo la regista nega ufficialmente ogni forma d’ispirazione.

Ad ogni modo i film non sono uguali, Stella attraverso l’impianto di I 400 Colpi vuole andare a parare da altre parti, come se con quello stile si potessero dire molte altre cose rispetto a ciò che si attende. E si può. Stella è un film veramente ben fatto, che sebbene non si nasconda dietro una finta modestia autoriale ma si prenda la responsabilità di voler fare un racconto alto, comunque ragguinge i suoi obiettivi.
C’è un rispetto del mondo interiore infantile, un modo di riprendere i bambini con la loro dignità e la loro personalità che, come si dice spesso, non è frequente. E alla fine il ritratto non solo della protagonista, ma anche del mondo che la circonda (che non è solo quello di quella contingenza spazio-temporale ma in assoluto quello degli estranei che la ignorano) è veramente efficace.
Sylvie Verhyde infatti non si lascia andare a disperazioni facili o ad altrettanto facili soluzioni ma cerca la via più complessa del ritratto di una realtà inconoscibile anche se avversa.


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