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Il Bambino Con Il Pigiama a Righe, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Il bambino con il pigiama a righe Poster ItaliaRegia: Mark Herman
Cast: David Thewlis, Vera Farmiga, Rupert Friend, Asa Butterfield, Jack Scanlon, Amber Beattie
Durata: 110 minuti
Anno: 2008

C’è un problema con i film sull’olocausto: hanno esaurito i significati.
E’ un problema comune a molti film e molti generi (è anche il motivo per il quale non si riesce facilmente a fare un buon western nei tempi moderni se non cambiando ambientazione e tempo) e ha a che fare con il fatto che la moltitudine di prodotti già mandati nei cinema sul medesimo argomento hanno raccontato tutto il raccontabile, dunque se a questo punto si vuole fare un altro ennesimo film sul tema occorre avere idee nuove per fare cose nuove e parlare di cose diverse.

Il Bambino Con Il Pigiama a Righe non fa nulla di tutto questo ed è il tipico esempio di quel cinema sull’olocausto che si potrebbe definire solo come “inutile”. Ogni ennesimo film sul tema non fa che spiegare tutto da capo come se non conoscessimo la storia e come se non fossimo in grado ormai di riconoscere tutte le dinamiche di quei racconti, come se in sostanza non avessimo mai visto un film sul nazismo e non sapessimo come questi film ritraggono quelle situazioni.
La sola comparsa in scena di un uomo dai lineamenti smunti che indossa la classica divisa da campo di concentramento è un simbolo ormai fortissimo di dramma e tragedia, utilizzarlo di nuovo per parlare di quanto si vivesse male nei campi di concentramento è semplicemente privo di valore aggiunto. Parlare ancora di nazismo come disumanizzazione, come bieca sopraffazione di un uomo sull’altro è come individuare nello sceriffo la parte buona della società, semplicemente non funziona, è una figura esaurita.

Ciò che Polanski ha fatto con Il Pianista o anche più recentemente ciò che Vicente Amorim ha fatto con Good è stato qualcosa di diverso, cioè partire da tutto ciò che già sappiamo sul nazismo e sull’olocausto, prendere in considerazione come tante sensazioni e tanti sentimenti non vadano costruiti nel racconto ma siano già dentro di noi associati ad una divisa o una bandiera e usarli per altri fini. Fini che in Good erano un’attenta disamina sui meccanismi di acquiescenza e sulle conseguenze del’ignavia e in Il Pianista erano il viaggio paradossaledi un uomo ai margini del suo tempo (tema tipicamente polanskiano).


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