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Australia, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Australia international posterRegia: Baz Luhrmann
Cast: Nicole Kidman, Hugh Jackman, David Wenham, Bryan Brown
Durata: 162 minuti
Anno: 2008

Baz Luhrmann ama il cinema classico hollywoodiano, questo lo avevamo capito, lo ama talmente tanto che ha voluto realizzare un melodrammone pan-australiano sull’Australia in perfetto stile Selznick, con grandi personaggi, grandi paesaggi, grandi star, grandi affreschi storici e grandi sentimenti in ballo.
Tutto è grande in Australia anche la durata, come nei kolossal americani che inscrivevano storie particolari in eventi globali.

E non si può dire che non abbia applicato la lezione hollywoodiana. In Australia ogni inquadratura è composta con un senso estetico e plastico degno dei migliori musical e sempre come nei film musicali anche il tono è molto (molto!) scanzonato quando deve essere leggero e molto (molto!) melodrammatico nei momenti più ad effetto (non lesina certo in ralenti, fumo e controluce insomma).
C’è un grande uso dei fondali digitali al posto di quelli reali che ricorda le prospettive irreali dei grandi fondali dipinti di una volta e una palette di colori (sempre digitali) costantemente in tono con la situazione. Ad esempio nel momento in cui viene raccontata la storia di Il Mago di Oz ci sono tutte le tonalità del marrone e gli sfondi del Kansas di Judy Garland.

Eppure il risultato è un film-fiume selznickiano fuori tempo massimo dove tutto è magniloquente ma nulla coinvolge, un film che nonostante faccia tanto e in tante direzioni manca di osare davvero.
Le grandi opere come Ben-Hur o Via Col Vento, avevano infatti sempre delle trovate audaci o dei sottotesti per niente consolatori, mentre Australia è politicamente corretto dall’inizio alla fine. Elargisce lacrime a destra e a manca e lascia che gli spettatori si identifichino con personaggi rassicuranti e impeccabili, non con una magnifica stronza come Rossella O’Hara.

In 162 minuti non c’è quasi nessuna evoluzione dei personaggi: Nicole Kidman da dama inglese diventa mandriana in 5 minuti e Hugh Jackman da mandriano diventa signore ripulito con uno stacco di montaggio (salvo poter tornare indietro in ogni momento). Una volta tanto ad una megaproduzione all’americana possiamo dire quello che diciamo ai nostri film: manca la volontà di osare e di rischiare.
Nonostante il tempo a disposizione Luhrmann vuole tutto e subito, non bada alle emozioni dei personaggi (che sono sempre quelle che lo spettatore può immaginarsi prima di entrare in sala) ma alle scene che vivono. Così alla fine ci sono una serie di marionette che si agitano durante la seconda guerra mondiale. Per 162 minuti.


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