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02 dicembre 2008 • 18:45 • Scritto da Gabriele Niola

Arnaud Desplechin: “Il mio Racconto di Natale girato con rigore e musica”

Abbiamo incontrato il regista di Racconto di Natale che ci ha raccontato come gira i suoi film e ci ha parlato del suo rapporto con la tradizione del cinema francese
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Un conte de Noel Jean-Paul Roussillon Immagini dal film 04
In occasione dell’uscita di Racconto di Natale è venuto a Roma Arnaud Desplechin che dopo la presentazione all’ultimo festival di Cannes, dove era in concorso, continua il giro promozionale del suo bellissimo film.

E’ un tipo stralunato, un po’ sciatto nel vestire e originale nel parlare come ci piace immaginare i registi francesi. A tratti sembra anche non avere un’idea chiara di ciò che fa o che ha fatto e pare fissarsi su particolari di coerenza interna della sceneggiatura che per lo spettatore sono apparentemente disgiunti dal magnifico affresco frutto dell’unione di sceneggiatura, musica, direzione degli attori e fotografia che è il suo ultimo film.

Innanzitutto come è solito procedere? Segue rigidamente la sceneggiatura o la ritiene una traccia sulla quale muoversi una volta sul set?
Ormai non improvviso quasi più anche se la sceneggiatura non è mai definitiva o chiusa, spesso aggiungo varianti e la scena a quel punto diventa solo una traccia. Anche perchè io non giro mai in studio e al momento in cui la finzione va nel naturale qualcosa cambia sempre, perchè finisce che ti devi adattare

E’ vero che è stato lei a scoprire Mathieu Almaric?
Si è vero lo conoscevo perchè apparteniamo alla stessa generazione, aveva fatto dei corti che avevo visto e poi l’ho chiamato quando ho cominciato il casting del mio primo film insieme. Avevo difficoltà a trovare l’attore giusto perchè tutti volevano capire che cosa il personaggio fosse, in realtà l’importante non era chi fosse lui ma come si relazionava alle sue donne e mentre facevo il casting appunto avevo chiesto a Mathieu di venire ad aiutarmi, lui portava le battute agli attori che esaminavo e vedendolo fare questa cosa mi sono accorto quanto la sua recitazione cambiasse ogni volta che aveva un interlocutore diverso davanti. Quella era proprio la cosa che cercavo nel personaggio del film.

Se lo sarebbe aspettato un successo simile per lui?
Quando poi ho deciso che gli avrei chiesto di fare il protagonista l’ho cahiamato e gli ho detto chiaramente: “Fai attenzione perchè se accetti la tua vita cambierà!”, perchè so bene che quando uno viene presentato sullo schermo la sua vita cambia. E avevo ragione!

Il suo film ricorda molto le opere della Nouvelle Vague, si sente debitore?
Parlare della Nouvelle Vague, suscita sempre polemiche, specialmente tra italiani e francesi. Alla fine però la Nouvelle Vague è come l’impressionismo: una cosa che può accadere una volta sola e che cambia la modernità. Venti film fatti da 8 registi che hanno cambiato tutto e da lì sono potute nascere tutte le altre cose.

Nel suo film fa un uso molto particolare di molti tipi diversi di musica, un uso continuo a mo’ di tappeto eppure emozionale, come la sceglie?
Ascolto sempre musica su set, ma non con le cuffie, la diffondo per tutti (certo non durante le riprese). Ma come non potrei mai scrivere per un attore specifico così non potrei scrivere per una musica, non mi sentirei libero e finirei sui cliché.
Quando penso a queste cose mi viene sempre in mente Scorsese e Casino che si dice sia una storia d’amore tra Joe Pesci e Robert De Niro con sopra la musica di Il Disprezzo, che quindi sia il contrasto tra storia e musica a dare l’espressione. Alla fine è una storia d’amore e di divorzio e qual è il simbolo migliore del divorzio se non la musica di Il Disprezzo. Poi certo uno spettatore su mille fa il rapporto diretto tra i due film, ma non importa.

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