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L’impermeabile e adamitico Bond: la recensione in anteprima di Quantum of Solace

L’impermeabile e adamitico Bond: la recensione in anteprima di Quantum of Solace

Di Francesco

Quantum of Solace Poster Italia

Regia: Marc Forster
Cast: Daniel Craig, Olga Kurylenko, Judith “Judi” Olivia Dench, Jeffrey Wright, Giancarlo Giannini, Jesper Christensen, Gemma Arterton, Mathieu Amalric
Anno: 2008
Durata: 106 minuti

Ci voleva sicuramente un personaggio di forte richiamo per uscire fuori di casa quando la Roma si giocava il tutto per tutto in Champion’s League contro il Chelsea, dopo una serie di disastrose sconfitte inanellate una appresso all’altra e per di più con la pioggia che imperversava impietosa nelle strade della capitale, ululante e graffiante, fredda e pungente.

Ci voleva sicuramente James Bond e non uno a caso, non uno di quelli del passato – a cui nulla va tolto e sempre è da riconoscere lo scettro che loro spetta di diritto – ma serviva un figlio dei tempi moderni capace di ridar luce, splendore e fasto all’agente segreto più amato di tutti i tempi, lo 007 britannico che ha il volto di Daniel Craig.

Dopo la convincente prova ottenuta in Casino Royale era inevitabile che ci fosse così tanta attesa per l’arrivo di Quantum of Solace, unico nel suo genere perché vero e proprio sequel del precedente episodio, distanziandosi da questo in linea temporale e narrativa, di solo un’ora.

Ma il freddo e la pioggia sono forse penetrati più a fondo di quanto non pensassi e le poltrone del cinema erano troppo scomode perché riuscissi a trovare sul grande schermo, le luci che aspettavo mi abbagliassero: si inizia con un inseguimento che viene preso molto alla lontana prima di catapultarci nel vivo dell’azione, nel rombo dei motori e nei ridotti rapporti che si susseguono a giri forzati. Dal silenzio di una panoramica sempre più stretta, allo stridore degli pneumatici su un asfalto italiano – testimone dei gravi incidenti occorsi agli stuntmen durante le riprese del film – rappresentato da una “campagnola” dei Carabinieri, subito preda di un tragico epilogo (per inciso le nostre sirene non sono quelle che si sentono nella pellicola, ma evidentemente faceva più internetional).

Qualcosa deve essere andato storto sin da subito nel lavoro di Marc Forster perché lo stesso inseguimento era difettoso, mancava di grip, di quel quid che gli desse la marcia in più. Lo sdoppiamento delle camere per offrire un punto di vista più ampio e che non fosse ripetitivo, è risultato essere troppo frammentato e dispersivo e i titoli di testa che da sempre sono un marchio di fabbrica, una certezza, fanno un passo indietro rispetto a tutti i precedenti, non da ultimo quelli di Casino Royale che sembrava aver trovato il giusto nesso di continuità con il passato, per trasportarci di peso al presente.

La sensazione di annebbiamento è piuttosto continua, presente anche nella lunga scena sui tetti di Siena – altri incidenti durante le riprese – e il film è lì lì che vuole partire, che cerca di dirci la sua, ma è come se stentasse, arranca, scivola e non riesce a trovare la nota giusta. Gli manca la storia! Già, un qualcosa da dire, eppure si basava su un forte movente, quello della vendetta, della cieca e assoluta devozione alla causa da parte di James Bond, ovvero trovare qualcuno che pagasse per la morte di Vesper Lynn alias Eva Green. Ritorna Giancarlo Giannini nel ruolo di Mathìs, sì, proprio lui, che lo 007 tutto d’un pezzo aveva consegnato all’MI6 senza battere ciglio, ma neanche il nostro pezzo da novanta ha modo di inebriarci con il suo talento, che il suo è solo un breve passaggio.

Allora uno si aspetta che sia la bond girl di turno, la bellissima Olga Kurilenko (Camille) ad avere il compito di stregarci ed ammaliarci. Chissà, magari lei ci sarebbe riuscita se le fosse stato dato tempo e modo, ma quello sembra essere proprio mancato a tutto l’insieme. Ed effettivamente un’ora e tre quarti sembrano un po’ pochini per provare ad incollarci alla poltrona e affascinarci con un pacchetto, che ha già tutto pronto e alla fine non abbisognava di chissà quali correzioni al tiro.

Quasi inutile l’omaggio che Gemma Arterton è chiamata ad impersonare: la sua è una versione assolutamente non celata di Shirley Eaton in Missione Goldfinger, ma lì dove c’era oro e luccichio, trovano posto solo ombre e buio. Come quelli che ha lasciato in me la visione di Quantum of Solace, un film che tanto aspettavo, ma che mi ha lasciato conun profondo senso di vuoto addosso. Sicuramente da rivedere, con calma e senza l’ansia da prestazione!


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