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Vicky Cristina Barcelona, la recensione

Di Gabriele Niola

Vicky Cristina Barcelona PosterRegia: Woody Allen
Cast: Scarlett Johansson, Penélope Cruz, Patricia Clarkson, Rebecca Hall, Javier Ángel Encinas Bardem
Durata: 96 minuti
Anno: 2008

Diciamolo subito, tanto lo hanno detto tutti, anche Woody Allen, ed è la verità. Vicky Cristina Barcelona è stato fatto perchè il regista è stato chiamato dalla proloco catalana che gli ha chiesto se ambientava un film a Barcellona e gli faceva un po’ di pubblicità. E Woody, a cui non dispiaceva l’idea, si è detto contento di farsi un’estate in Spagna, così ha scritto una storia appositamente.

Ma la grandezza infinita di Allen sta proprio nell’aver preso lo spunto più banale e commerciale possibile (il grande spot alla città catalana, ripresa di continuo in tutti i suoi punti topici) per realizzare un film in cui ripassa il suo dizionario affettivo personale, aggiornandolo alle ultime voci. Cercando una storia nella quale si trovi a suo agio e che contemporaneamente gli consenta qualche spunto di novità.

Io lo so che Vicky Cristina Barcelona non piacerà. Troppo lento, dotato di un ritmo compassato sempre uguale a se stesso dall’inizio alla fine, troppa Barcellona, troppa Europa e europei come piace immaginarli agli americani, troppa voce fuoricampo e troppi ammiccamenti sessuali poi non realizzati. Del resto se neanche vi è piaciuto Sogni E Delitti figuriamoci questo…

A me invece è piaciuto. Perchè Woody Allen è un gigantesco narratore di storie, capace di rinnovare se stesso ogni volta (qui gioca a prolungare i primi piani e a far accedere le cose fuoricampo come mai prima d’ora e con risultati stupendi vedi la scena prima del finale al bar) e anche se raccontasse la storia di Cappuccetto Rosso la renderebbe sintomatica di altri deliri interiori, figuriamoci ora che dopo una vita di rapporti a due vivisezionati passa ad un rapporto a tre (con quella stupenda citazione sbagliata da Jules e Jim, le biciclette riprese mentre scendono un pendio ma senza la macchina mobile e libera di Truffaut, bensì con un carrello rigorosissimo).

In Vicky Cristina Barcelona in particolare i personaggi più interessanti sono di gran lunga i due spagnoli, straordinari singolarmente (specie la folle artista/musa contagiosa Penelope Cruz) e ancora migliori in coppia, mentre le protagoniste americane sono figure decisamente più impalpabili. Eppure sono loro le protagoniste e Allen usa l’incredibile luce emanata dai caratteri di Javier Bardem e Penelope Cruz per illuminare le vite dei personaggi satellite, rendendo Vicky e Cristina spugne porose che assorbono tutti gli stimoli di un luogo ed uno stile di vita nuovi per loro.

Su questa orchestrazione (che ricorda quella di Come In Uno Specchio di Bergman) si parla delle solite cose: dell’impossibilità di stabilire relazioni durature (con la straordinaria idea del rapporto che si tiene in equilibrio solo per la presenza di un elemento estraneo), della casualità della vita e del rapporto complesso con l’arte.
Come ci si ispiri e ci si influenzi a vicenda, come tutto ciò che vediamo e sentiamo sia in grado di cambiarci e cambiare la nostra la vita a seconda di come ci poniamo nei suoi confronti è forse il vero sottotesto di un film che comunque è un bellissimo, tranquillo e divertito racconto.
E a me questo basta.

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