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Pink road movie con qualche sbandata: la recensione in anteprima di Quel che resta di mio marito

Di Francesco

Quel che resta di mio marito Poster ITalia

Regia: Christopher Rowley
Cast: Joan Allen, Christine Baranski, Jessica Phyllis Lange, Tom Skerritt, Kathy Bates
Anno: 104 minuti
Durata: 2008

Prendete un regista al suo debutto, Christopher Rowley, ancora fresco di scuola e infarcito delle ultime lezioni impartite. Dategli un soggetto classico, ma sempre affascinante come un road movie, che ha dalla sua tutto il potenziale rombante di quel che cela un cofano tirato a lucido. Condite il tutto con tre perle di bravura tutte al femminile come Joan Allen, Jessica Phyllis Lange e Kathy Bates. Agitate un poco e otterrete Quel che resta di mio marito.

Distribuita dalla Teodora Film, la pellicola incanta e maliziosamente è capace di attrarre lo spettatore nella semplicissima vicenda che viene offerta, nuda e cruda, senza fronzoli: il marito di Arvilla (Lange) è morto da poco e lei si ritrova da sola e oppressa dalle richieste della figliastra, che vuole indietro le ceneri del padre, ricattando la matrigna e minacciandola con l’espropriazione della casa.

Nel tentativo di mantenere fede alla promessa fatta al defunto marito, ovvero quello di spargere le proprie ceneri, la donna si metterà in viaggio con le sue più care amiche, Carol (Allen) e Margene (Bates). Un trio affiatato ed esplosivo a bordo di una cadillac sugli sterminati orizzonti che offrono le strade statunitensi, pronto ad affrontare qualsiasi disavventura e imprevisto si pari loro dinanzi, nonostante le non poche differenze e diffidenze che emergeranno pian piano, ma che verranno spazzate via da una folata forte come l’amicizia.

La Bates è vulcanica ed effervescente, avvolgente nella sua sfrontata simpatia. Estremo opposto nel personaggio quello della fervente e castigata Allen, brava ed emarginata troppo spesso nel panorama cinematografico e quindi poco valorizzata. Sopra le righe Jessica Lange, vibrante e commovente.

Stonano solamente alcune scelte stilistiche e la presciolosità dimostrata nel non sfruttare a pieno alcune occasioni degne di una carrellata in più e del giusto momento di silenzio per poter apprezzare il tutto, come alcuni paesaggi mozzafiato, che invece che fungere da cornice, quasi neppure si notano.

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