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La Classe, la recensione

Di Gabriele Niola

La Classe Poster ItaliaRegia: Laurent Cantet
Cast: François Bégaudeau
Durata: 128 minuti
Anno: 2008

Il vincitore della Palma D’Oro all’ultimo festival di Cannes è il classico film che mette daccordo le giurie perchè non dispiace a nessuno ma alla fine nemmeno brilla sotto quasi nessun punto di vista se non quello della scrittura. Cosa probabilmente merito anche della collaborazione con lo scrittore del romanzo omonimo (qui nel ruolo principale del maestro).

Di cinema insomma ce n’è molto poco in La Classe. La macchina da presa non esce mai dalla scuola (e a questo fa riferimento il titolo originale) disinteressandosi delle molte cose, anche interessanti, che potrebbero accadere al di fuori, nelle case e nelle famiglie dei ragazzi della “classe”, come spesso si disinteressa pure di inquadrare chi sta parlando per soffermarsi sulle reazioni dei ragazzi o su altri elementi negando alla visione dello spettatore l’alternanza tipica del parlato. Gli alunni non sono dei più semplici: arroganti, sfrontati, svogliati e privi di qualsiasi coerenza o volontà. Si tratta di una scuola di periferia frequentata da un numero impressionante di immigrati, figli di immigrati e francesi di seconda generazione sempre molto attaccati alla loro nazione di provenienza.

Eppure la vera forza di La Classe è il modo in cui riesce a stare in perfetto equilibrio tra le due parti (professori e ragazzi).
Pur essendo scritto da un professore e raccontando tutto palesemente dal suo punto di vista, lo stesso le ragioni dell’atteggiamento “da schiaffi” dei ragazzi riescono ad emergere assieme alle difficoltà che hanno gli adulti ad interagirci. Soprattutto passa perfettamente il senso di disperazione di quell’ambiente che non vediamo mai, quello esterno alla scuola, e quindi la volontà e l’esigenza del professore protagonista di aiutare questi ragazzi pur non perdendo mai d’occhio il suo lavoro e la giustizia delle punizioni. E’ un altro Odio (e in questo ci si rende conto di quanto sia seminale il capolavoro di Kassovitz) più piccolo, leggero e all’acqua di rose ma non meno profondo. Non siamo per strada, non ci sono omicidi nè conflitti con la polizia ma si parla sempre di gente capace solo di attaccare, colma di odio, priva di un’identità forte (“Qual è la tua squadra?” “La Francia” “E allora perchè dici sempre che sei antilliano?“) che stringe legami affettivi deboli e che è la causa stessa delle proprie disgrazie.

E’ senz’altro un film che non fornisce facili risposte a nessuno, tutti sbagliano, tutti devono venire a patti con le loro contraddizioni e rimangono delusi. I problemi di comunicazione si moltiplicano e il risultato è una frattura quasi insanabile tra ragazzi e professori, specialmente quelli che vogliono essere “amici” e non solo insegnanti, quelli che vogliono essere amati e non solo temuti. Un rapporto insanabile come in L’Odio sembrava essere quello con l’ordine e la giustizia.

Però come si diceva di cinema ce n’è pochissimo. Nonostante un duro lavoro sul set (non c’è un vero attore in tutto il film ma non se ne sente la mancanza) fatto di improvvisazioni e possibilità ridotte di messa in scena (per l’80% del tempo il film si svolge in classi strette dove professori dialogano con ragazzi in un continuo campo-controcampo), lo stesso di cinematografico emerge ben poco. C’è semmai molto mestiere e un’attenta pianificazione che danno vita ad un film piacevolissimo.

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