Guy Ritchie e Tsui Hark non hanno bisogno di presentazione e arrivano all’ultimo momento al Festival Del Film a portare l’ultima grande ventata di attesa ed interesse da parte di tutti. Ma se The Missing, dell’hongkonghese, per molti versi delude per come non riescere a trovare un senso fuori dal tipico cinema d’azione che conosciamo, Rocknrolla annuncia che Guy Ritichie è ancora tra di noi. E come!
ROCKNROLLA
Il primo film è una novità, il secondo è ripetizione di uno stile, il terzo è conferma di un modus operandi.
Tornato al suo cinema di incastri e vicende parallele che lentamente convergono Guy Ritchie ritrova se stesso più avanti di dove si era lasciato. All’energia di Lock & Stock, aggiunge più complessità di racconto (qui ogni personaggio ha un suo doppio, cioè un altro uomo cui è sempre accoppiato e che è la sua parte complementare e viceversa), trova nuove idee (le telefonate mostrate con un montaggio che sembra far procedere in circolo le inquadrature o il fantastico inseguimento con i russi), non si vergogna di niente e mette in mostra ciò che vuole.
E’ Guy Ritchie. Entertainment al 100% che sollazza il basso ventre come la testa e se molti dicono che non va a parare da nessuna parte hanno ragione. Ma lo fa benissimo!
Come al solito a regnare è la casualità ma soprattutto l’inconoscibilità della realtà e dei fatti della vita, principio dimostrato attraverso il classico McGuffin (qui un quadro) che scatena ire, inseguimenti e capovolgimenti di fronte tra pesci piccoli e pesci grandi.
Non c’è motivo di avercela con Guy Ritchie per il montaggio ipercinetico, per le inquadrature modaiole, per il continuo tappeto musicale ruffiano e l’esaltazione dei suoi protagonisti, perchè il suo cinema è vitale come pochi. Non siamo di fronte alla personalità di un Bekmambetov, vacuo nel suo saturare l’immagine, ma di un cineasta completo che si diverte ad intrattenere con storie dall’orchestrazione magistrale. E a me piace.
THE MISSING
Generi mischiati. Un inizio da j-horror, un centro sporcato con toni da commedia e thriller psichiatrico (doppie personalità, visioni…) e un finale da melodrammone. L’ultimo film di Tsui Hark non è facile, specialmente per il pubblico occidentale.
Ogni snodo fondamentale è molto centrato sull’etica, sullo spiritismo e sui principi cinesi che spesso ci risultano incomprensibili se non incondivisibili.
Come sua caratteristica l’enfasi posta in ogni mossa, ogni svolta e ogni sentimento non è poca (non è certo regista minimale Tsui Hark) e la ricerca fatta intorno alle percezioni alterate della protagonista non è di quelle banali.
Eppure non funziona nulla, arrivati a metà si desidera la fine se ne ottengono anche troppe. Si respira aria di grande attesa ma poi non si ottiene mai soddisfazione. Ed è un peccato perchè le molte scene girate sott’acqua sono tra le più belle mai viste, non solo per colori e qualità delle riprese ma anche per le idee messe in campo rispetto a ciò che si può mostrare e le metafore raggiungibili nel mondo sommerso.