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Duetti al Festival del Film di Roma: L’Artista e Aiutati Che Dio T’Aiuta, commedie outsider

Di Gabriele Niola

Si dice spesso che non ci sia spazio per le buone commedie nei festival più seri ma qui a Roma sono passate in concorso due tra le più divertenti e “serie” commedie dell’anno. Due film che dietro una patina di grande divertimento (si ride a bocca larga non a denti stretti) nascondono una grande volontà di raccontare e un invito a porsi domande.
Si tratta di L’Artista, film argentino diretto da Mariano Cohn e Gastón Duprat e di Aiutati Che Dio T’Aiuta, film francese diretto da François Dupeyron.

LArtista Immagini del Film 01

L’ARTISTA
Diciamolo subito: L’Artista non è solo il film più bello che si sia visto qui ma anche uno dei migliori della stagione (a dimostrazione del buon lavoro di selezione fatto). Un’opera in grado di intrecciare mirabilmente comicità e popolarità con un registro altissimo e infiniti piani di lettura.

Attraverso la storia di un uomo che spaccia per proprie le opere di un anziano malato di mente che assiste e che così ottiene fama di grandissimo artista, i due registi operano una riflessione tra le più raffinate mai viste sul concetto non tanto di arte quando di artista (e questo era facile da capire, dato il titolo).
Una riflessione che in nessun modo è un punto fermo ma che fornisce a chiunque una base per farsi un’idea e riflettere sul tema, che costringe ogni spettatore a prendere una posizione a diversi livelli di profondità.
Che ruolo ha l’astrattismo? Che senso hanno i musei? Che rapporto intrecciamo singolarmente con le opere che vediamo? Quanto ci influenza il giudizio generale che viene dato dal momento che non si tratta di arte figurativa? Un artista è tale perchè espone? E’ come l’orinatoio di Duschamps che è arte solo quando inserito in una mostra?

C’è una componente fortissima di critica all’ambiente dell’arte moderna (la pittura ma anche le altre arti come la danza), continuamente bersagliata da una serie di battute e situazioni a dir poco esilaranti ma anche una speranza e una fiducia nel ruolo dell’arte e dello studio più serio (la figura del professore universitario è l’unica che non è denigrata, anzi sembra quasi capire tutto).

Resistendo moltissimo e benissimo alla facile trappola di replicare l’idea di Oltre Il Giardino, L’Artista gioca tutte le sue carte con uno stile visivo fenomenale, degno del miglior cinema “autoriale”, fatto di inquadrature che schiacciano e tagliano il superfluo al pari di campi lunghi che incastrano il piccolo truffatore in strutture più grandi di lui, comunicando senza bisogno di parole (usate quasi solo per le battute).

Infatti moltissime soluzioni e moltissimi particolari fondamentali per la trama (come la prima volta in cui si capisce che le opere le fa il vecchio matto) non sono comunicati verbalmente ma con le immagini o con la maniacale composizione di ogni inquadratura. La conoscenza che i due registi sfoggiano del linguaggio filmico e della fotografia è davvero impressionante, specialmente per come non lasciano mai che l’intellettualismo e la ricerca formale ammorbi il film ma la pongono come uno strumento, al pari delle mille battute sparse per l’opera.

Aiutati che Dio taiuterà

AIUTATI CHE DIO T’AIUTA
Aiutati Che Dio T’Aiuta è un film dai temi forti che non cerca mai l’indulgenza ma è anzi approcciato con delicatezza e con un tono scanzonato e ironico che ricorda moltissimo le nostre commedie più amare (il miglior Virzì) e soprattutto è dotato di uno spirito ottimista e inarrestabile perfettamente riassunto dal titolo.

Racconta di una famiglia francese di immigrati africani che vive nella periferia di una non ben specificata città. Il fuoco principale è sulla madre, catalizzatore di tutte le innumerevoli disgrazie che si abbattono su lei, il marito e i figli (uno messo peggio dell’altro) eppure indomitamente sempre capace di guardare avanti, non arrendersi e pensare a se stessa.

Lontano da qualsiasi ruffianeria (e dato il fine della pellicola era facile scadere) e da qualsiasi parente autoconsolatoria il film di Dupeyron è anche girato con grandissima sapienza, tutto orchestrato intorno al grande caldo dell’estate cittadina. Il quartiere semi africano dove si svolge il film è ritratto con dominanti caldissime e la macchina da presa spesso posta vicino al terreno è usata per enfatizzare il caldo percepito, cosa che dona alle diverse disgrazie che si abbattono senza pietà un carattere ancor più infernale.

Da grande, grandissimo cinema la sequenza del matrimonio della figlia, in cui commedia e tragedia si fondono con una profondità ed una forza nei rispettivi toni che nemmeno noi abbiamo mai raggiunto.

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