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Control, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Control Poster USARegia: Anton Corbijn
Cast: Samantha Morton, Sam Riley
Durata: 122 minuti
Anno: 2007

Il fatto se un film sulla vita di un musicista debba avere o meno una grande parte musicale è sempre argomento di dibattito, da un lato c’è l’esigenza di raccontarne la vita, dall’altro quello di spiegare, mostrare e veicolare i suoi valori attraverso ciò che ha espresso (quindi la musica).
Il risultato, come è evidente, è che occorre un’intelligenza ed un’abilità non comuni per raccontare un grande musicista, specialmente quando ci si deve confrontare con i fan e assicurarsi (come è ragionevole fare) che non rimangano delusi dalla ricostruzione.
Personalmente non amo i biopic e trovo che, tranne casi rari, siano solitamente inconcludenti, che insistano sempre troppo sulla vita privata, quasi sempre priva di eventi realmente interessanti, e che non riescano mai a raccontare il professionista prima dell’uomo (che è poi il motivo percui quella particolare figura è passata alla storia).

Riassunto di tutto questo è Control, film su Ian Curtis (il leader dei Joy Division morto a 24 anni) che arriva nei nostri cinema con un anno di ritardo. Si tratta di un’opera paradigmatica dei difetti dei biopic, girato com’è in un ruffianissimo bianco e nero molto curato e contrastato, tutto centrato sui deliri interiori del protagonista e poco sulla musica.
La scelta di Anton Corbijn, il regista, dunque è di lasciare la musica in secondo piano. Non si comprende l’originalità della band, non se ne capiscono i motivi del successo nè è chiaro perchè Ian Curtis sia osannato dalle folle.
E’ però raccontata con dovizia di particolari la sua vita privata, con un senso poetico abbastanza ridicolo che mitizza il quotidiano e anche lo squallido (i piccoli e grandi tradimenti, il rapporto con la moglie e con la band).

Non mitizzare eccessivamente la figura, renderla umana e terrena poteva essere una scelta in grado di pagare, specialmente dato il soggetto del film ma non è stato così. L’esigenza di creare a tutti i costi (ed è un’operazione che comincia fin dal bianco e nero) una dimensione sentimental-romantica intorno ad ogni elemento della storia è abbastanza stucchevole e non fa che appesantire una storia che già di suo, se si esclude la morte finale, è priva di eventi clamorosi.

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