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Venezia: arrivano gli indios

Venezia: arrivano gli indios

Di peter

“Nessuno di noi è qui per giudicarvi ma speriamo veramente che voi possiate capire la nostra posizione. Possiamo anche vestirci come voi ma non abbiamo più niente. Ci hanno tolto tutto e tutto quello che vorremmo indietro è la nostra terra per vivere con dignità. Attualmente viviamo in una piccolissima riserva nella quale ci è impossibile cacciare, recuperare acqua e quindi non è possibile vivere. Il film racconta solo la verità. E’ tutto vero quello che avete visto. Non è un documentario ma abbiamo solo rimesso in scena quello che sta accadendo da anni nel nostro Paese” – Così ha inizio la conferenza stampa di La terra degli uomini rossi – Birdwatchers, con questo appello di una donna indio rivolto a noi bianchi.

La pellicola diretta da Marco Bechis racconta degli Indios del Mato Grosso, da anni cacciati dai Fazeindeiros, ricchi bianchi che hanno portato via le loro terre. Senza terra la loro vita non ha alcun senso… non resta loro che suicidarsi… oppure ribellarsi.

La pellicola, presentata nel concorso ufficiale del Festival,  esce oggi in tutta Italia.

Marco Bechis – Regista

Signor Bechis, come mai ha scelto di raccontare questa storia?

BirdWatchers è un film raccontato dai sopravvissuti, alcuni dei quali sono qui a Venezia con me, di uno dei più grandi genocidi della storia. Loro non sono desaparecidos, sono stati volutamente sterminati. Per questo motivo il mio film sta agli antipodi di The Mission o Fitzcarraldo. In quei film, gli indio fanno da sfondo, non sono che comparse, rispetto a De Niro o Kinski. Nel mio la situazione è ribaltata: loro sono i protagonisti, gli attori professionisti bianchi hanno invece ruoli di contorno, come Claudio Santamaria che ha un ruolo quasi muto e rimane immobile in un camper per buona parte della storia.

Ci racconti, invece, la sua esperienza personale nelle foreste del Mato Grosso…

La prima volta che sono andato mi sono portato solo il registratore e la macchina fotografica, l’anno dopo sono tornato con la telecamera e il 2007 l’ho trascorso totalmente in compagnia degli indio. Ho chiuso questo film tragico con un gesto di speranza perché è grande il mio desiderio che per questo popolo così fiero e orgoglioso possa arrivare un destino migliore. Gli indios hanno le idee molto più chiare di noi di come si sta su questa terra. Loro sono gli altri e noi in Italia siamo abituati ad avere paura dell’altro. Ma se non c’è uno scambio con gli altri non ci sarà più vita nemmeno per noi bianchi. Mi sono detto “Il mondo deve sapere perché questo popolo rivuole la sua terra”. Oltre ad un fattore di giustizia sociale – ovvero la terra che gli hanno letteralmente rubato i bianchi – c’è anche da tenere presente che, per loro, la terra rappresenta loro stessi, il loro essere, la loro anima. Quindi avergliela tolta è avergli tolto tutto.

 

Come è andata sul set? Com’è stato girare l’intero film all’aperto?

Mi servivano sei mesi di riprese, era importante per me anche ‘perdere’ tempo. E non molti produttori sono disposti a farlo, così una parte di questo aspetto della realizzazione del film me la sono presa io come co-produttore. Ho cercato di insegnare agli indios loro il valore del silenzio, mostrando sequenze mute di film come Gli Uccelli o C’era una volta il West, e da quel momento in poi, loro si sono rivelati attori naturali. Perché la recitazione fa parte della loro cultura, basta pensare ai riti sciamanici che mettono in scena, quando pregano è già teatro. La sceneggiatura si è dissolta durante le riprese, ogni notte ho riscritto le scene sulla base di quello che loro dicevano. Ho vissuto questo film come ‘uno scambio di saperi’ e spero che questa esperienza la viva anche il pubblico che lo vedrà.

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