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La Tigre E Il Dragone, ovvero il passaggio del testimone per il cinema di arti marziali

La Tigre E Il Dragone, ovvero il passaggio del testimone per il cinema di arti marziali

Di Gabriele Niola


L’ultimo capitolo dell’approfondimento sul cinema di kung fu è dedicato ad un film e non a un attore perchè la pellicola di Ang Lee è stato suo malgrado un incrocio di personalità, competenze e momenti storici molto importante e significativo sul futuro del genere.

Innanzitutto uno degli elementi più importanti di La Tigre e Il Dragone è il confronto tra Zhang Ziyi e Michelle Yeoh che attraversa tutta la pellicola.
A livello di trama si tratta del passato e del presente delle arti marziali: una giovane scapestrata che sogna di essere un guerriero e una vecchia gloria del mondo del combattimento errante che stringono un’amicizia affettuosa nonostante i rispettivi schieramenti le vogliano nemiche.
Ma ad un livello più storico il confronto è anche l’ideale passaggio di testimone tra il mondo delle arti marziali cinematografiche dure e pure del cinema di Hong Kong e quello del formalismo di regime dei futuri wuxiapan.

Michelle Yeoh, non è una bellezza da copertina, pratica vere arti marziali e in molti film (anche al fianco di Jackie Chan) ha dato prova di saper dare e ricevere botte ma anche di non avere bisogno di controfigure per scene ad alto rischio, è interprete quindi di un cinema marziale dove il corpo ha un’importanza fondamentale per la sua fisicità e le sue capacità esibite.
Zhang Ziyi invece ha un visino molto bello e delicato, movenze aggraziate e un fascino fortissimo, viene dal mondo della danza e proprio da quella mutua la grazia e la sapienza dei movimenti marziali che esegue. Lungi dall’esibire l’effettiva fisicità del proprio corpo Zhang Ziyi lo usa per raccontare storie e per incantare.

Dunque delle due chi recita davvero è la seconda, è lei che finge è lei che cerca di “superare” le arti marziali per arrivare a qualcosa che sia più una fusione con il mondo estetico della danza. Per questo lo scontro tra le due è anche lo scontro tra le vecchie e le nuove arti marziali al cinema.

Quando nel 2001 La Tigre E Il Dragone gira il mondo il wuxiapan si prepara ad un una nuova era fatta di stanziamenti milionari e un secca exploitation da parte del regime di Pechino che attraverso uno dei generi più tradizionali del cinema cinese punta a diffondere la storia e i valori del suo popolo non tralasciando una messa in scena stupefacente nel vero senso della parola.
Ma il wuxiapan moderno, come nella miglior tradizione del genere, diventa anche la fusione tra due modi di intendere i film di arti marziali: da una parte l’esibizione dei corpi, della tecnica e della potenza e dall’altra l’estetizzazione, ovvero le arti marziali come spettacolo della vista e metafora della violenza non violenza effettiva.

Da La Tigre E Il Dragone in poi sempre di più il wuxia si allontanerà dalla componente più eminentemente marziale per raggiungere altri obiettivi puntando sulla ricchezza della messa in scena e il valore delle immagini.
Il punto di arrivo attuale (La Città Proibita) parla chiaro: pochi scontri, essenziali e privi di una coreografia particolarmente elaborata per concentrarsi sulla dimensione visuale della pazzia di una donna.

Certo è innegabile che rimangano, e forti, delle sacche di resistenza all’evoluzione del genere (come ad esempio Seven Swords di Tsui Hark) tuttavia se si cercano le coordinate di dove sembra dirigersi il cinema di arti marziali, quali siano i suoi percorsi più moderni e nuovi non si può non guardare alla fusione con il mondo della danza, metafora di un’importanza sempre più ingombrante dell’estetica sulla celebrazione del corpo.

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