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Perchè il cinema di arti marziali?

Di Gabriele Niola

Kung Fu Panda Promozionali PoManca solo una settimana all’arrivo nei cinema italiani di Kung Fu Panda, un vero film d’arti marziali (comico) più che una parodia. Un film che rinnova una tradizione di kung fu cinema come celebrazione del corpo, in questo caso ironicamente gonfio e anti-atletico.
Il cinema delle arti marziali è infatti da sempre esibizione della fisicità, fin dagli inizi con le esibizioni di Chin Tsi-Ang la prima nota star del cinema delle arti marziali progenitrice di tanto cinema futuro e materialmente di Sammo Hung, protagonista della grande rivoluzione degli anni ’70.
Il kung fu cinema è infatti un genere ben preciso, ha i suoi canoni, le sue strutture e i suoi personaggi fissi e come tutti i generi nei quali esiste una netta centralità del corpo (si pensi anche al musical o al porno) necessariamente personaggi e trama ne risentono o quantomeno sono fisiologicamente più elementari e ripetitivi. Ma solo fino a che sussistono queste caratteristiche (centralità dell’esibizione del corpo e marginalità del racconto) ci può essere un cinema delle arti marziali propriamente detto.

Il cinema delle arti marziali continua a riscuotere immutato successo in Asia e, dagli anni ’60 con la grande rivoluzione di Bruce Lee, anche in Occidente contaminando il cinema statunitense e in una certa maniera anche quello europeo. Non si calcolano le imitazioni, le parodie e le piccole contaminazioni che per decenni hanno guardato alle movenze di Bruce Lee, come in epoca moderna è incalcolabile l’influenza della scuola asiatica in qualsiasi film d’azione (hollywoodiano ma anche europeo).

Nonostante allora trame abbastanza scontate e personaggi dalla psicologia che non spicca per complessità o originalità il cinema di arti marziali si guadagna comunque la stima e il valore di vero grande cinema (ovviamente nei suoi migliori exploit). Soprattutto non smette di essere un successo sia al botteghino che presso il gradimento del pubblico per come soddisfi uno dei desideri fondamentali dell’uomo celebrando un (im)possibile controllo del corpo nei canonici momenti di perdita di questo controllo (la rissa), cosa che dà forma a molti diversi sogni virili (supremazia, forza, successo, potenza e appunto controllo).

Sbaglia chi pensa che il cinema d’arti marziali sia sempre stato uguale a se stesso, come tutti i generi principali anche i film di kung fu (nati comprensibilmente in Asia) sono cambiati negli anni, c’è stata un’evoluzione e tante contaminazioni (le principali con il cinema hollywoodiano grazie, come già detto, alla figura ponte di Bruce Lee), ma sempre tenendo al centro il corpo e le sue potenzialità. Per questo motivo il cinema di kung fupiù di altri generi vive di personalità, di grandi star. Non si parla tanto di film di determinati registi o autori ma si parla di film di determinati attori o combattenti che spingono i loro corpi al massimo o meglio mostrano di spingerli al massimo.
Non c’è cinema di arte marziale senza corpi mostrati nelle loro più estreme tensioni (solitamente concentrati nelle sequenze di allenamento) e il miglior cinema di kung fu cerca di mentire il meno possibile nel mostrare i limiti che il fisico umano può raggiungere. Le star più ammirate, rinomate, imitate e famose sono quelle che non fingono, quelle che vengono dall’atletica o proprio dalle arti marziali e portano sul set corpi realmente in grado di fare (quasi) tutto ciò che mostrano.

Per questo motivo abbiamo deciso di percorrere una breve storia del cinema di arti marziali seguendo l’evolversi delle singole personalità e dei singoli corpi nel corso dei decenni. Una storia che si snoda tra Asia e Stati Uniti e che (contrariamente al resto del cinema) passa da un esasperato realismo ad un altrettanto esasperato e contaminante irrealismo marziale.


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