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Io non ho paura (2002). Salvatores at his best.

Di Roberto

Io non ho paura (Italia/Spagna/Gran Bretagna, 2002 – Drammatico; 108′) di Gabriele Salvatores con Giuseppe Cristiano, Mattia Di Pierro, Dino Abbrescia, Aitana Sánchez-Gijón, Diego Abatantuono, Giorgio Careccia, Fabio Tetta.

Estate, fine anni ’70: in un villaggio dell’Italia meridionale circondato da campi di grano pronti a essere mietuti, il decenne Michele scopre, in un buco vicino a un casolare abbandonato, un bambino della stessa età di nome Filippo. Alla televisione scopre che è stato rapito e che di mezzo c’entra anche suo padre Pino: ma gli sfugge il perché di tanta cattiveria.

Tratto dal romanzo omonimo di Niccolò Ammaniti (sceneggiatore insieme a Francesca Marciano), l’opera forse più matura e sensibile di Salvatores, uno dei pochi a credere ancora veramente nel cinema, e uno dei più bei film italiani degli ultimi anni: completamente girato a misura di bambino, con il terzo occhio della cinepresa a basse altezze come a restituire la narrazione in prima persona di Ammaniti, è uno scavo intimista e assai complesso sull’innocenza dell’infanzia ma anche sulla sua crudeltà che richiama, in questo suo mescolare realtà nazionali (biscotti Ringo e Kit-Kat, Emilio Fede che legge il Tg1 e gondole veneziane) e favola senza tempo/senza luogo, opere poco conosciute come il mirabile Riflessi sulla pelle o certe descrizioni di provincia americana del migliore King. In un gotico lucano-pugliese in cui tornano evidenti temi cari al regista come quelli della fuga e dell’incomprensione tra padri e figli, diventa straordinaria la quotidianissima vicenda di un’amicizia tra due bambini pronti a crescere e a diventare adulti: magicamente sospeso in un’atmosfera di frontiera – tra corse a perdifiato in mezzo a spighe di grano mosse dal vento e gruppetti di ragazzi che paiono clan mafiosi, minacciose ma effimere tempeste estive e animali non così rassicuranti (come cicale che vengono improbabilmente zittite da un grido di Michele) – lo sguardo partecipe di Salvatores è lucidissimo e sommesso nel non giudicare gli adulti, nel raccontare la realtà con gli occhi di un bambino e nel dare corpo ai tipici processi pre-adolescenziali, come quelli dell’identificazione (all’inizio metaforica, alla fine addirittura corporea), della curiosità e del coraggio, del tradimento e del perdono, della paura e del suo dissolvimento, dello svelamento, della partecipazione e dell’immedesimazione, della fortissima autoconsapevolezza (al presunto mostro ormai diventato un comune bambino, il protagonista dirà: “sono Michele Amitrano, Quinta B”). Di una miracolosa esemplarità la sceneggiatura, con gustose invenzioni e dialoghi scarni e troppo autentici (si senta la filastrocca con cui Michele vuole tradizionalmente esorcizzare i suoi timori notturni o la bambina che parla per ossimori senza rendersene nemmeno conto: “gli dici di strillare più piano”) per non commuovere o far sorridere. Giusto qualche sbavatura di stile (per esempio la prima soggettiva sfocata di Filippo che interrompe la coesione narrativa adottata fino a quel momento) o qualche perdonabile eccesso per esigenze di copione, una manciata di attori perfetti (i due bambini sono stati accuratamente scelti dopo 540 provini), un uso sapientissimo delle riarse locations meridionali, un montaggio serrato senza essere invadente o sperimentale e un meraviglioso quartetto d’archi di Ezio Bosso e Pepo Scherman in colonna sonora: per una volta, un film del napoletano Salvatores ha accontentato critica e pubblico, anche perché l’impasto di analisi colta dei sentimenti e di cinema spettacolar-popolare a uso delle masse è davvero inappuntabile. Eppure verrà criticato per essere troppo curato e commerciale come uno spot del Mulino Bianco. Bellissimo il finale fiabesco, con il primo invisibile ingresso della polizia nella storia: il romanzo, al proposito, era più ambiguo, ma Ammaniti stesso – che pensa le sue opere quasi come film su carta – ha dichiarato che se lo avesse pensato in terza persona (come un regista inevitabilmente fa), sarebbe stato identico. Menzione d’onore per il titolo, con quel soggetto autoreferenziale tipico del fortissimo ego dei bambini.

Oggi, Venerdì 8 Agosto, Canale 5, Ore 21,10.


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