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Funny Games U.S., la recensione

Di Gabriele Niola

Funny Games Poster Italia 01Regia: Michael Haneke
Con: Naomi Watts, Tim Roth, Michael Pitt, Brady Corbet
Durata: 111 minuti
Anno: 2008

Innanzitutto una nota per chi conosce la versione originale del 1997 sempre di Michael Haneke di cui questo film è il remake: i due film sono assolutamente identici come aveva promesso il regista replica il suo film inquadratura per inquadratura, vestito per vestito, battuta per battuta.
Lo scopo di quest’operazione secondo il regista (che comunque non avrebbe voluto realizzarlo) è che in questo modo il suo film prodotto originariamente in Austria potrà arrivare ad un nuovo pubblico altrimenti irragiungibile: quello americano.

Chi conosce il cinema di Haneke sa che è un cinema del disagio, sa che vedere un suo film è come litigare ferocemente con lui. Haneke maltratta come può i suoi protagonisti, che poi sono i personaggi con cui si immedesimano gli spettatori e quindi per estensione i suoi spettatori. Non risparmia torture mentali, insulti e umiliazioni profonde. Nessuno come lui riesce ad infastidire senza mostrare.

Funny Games è stata una delle punte più esplicite di questo tipo di cinema. Una coppia borghese nella sua villetta sul lago riceve la visita di due bravi ragazzi all’apparenza che in realtà li tengono prigionieri con l’intento di ucciderli.

Haneke rivolta ad uno ad uno i miti e i valori borghesi: il cane, la sicurezza, la grande macchina, i bei vestiti, l’educazione, l’apparenza, lo sport, la casetta isolata, le armi, la difesa, il capofamiglia ecc. ecc. tutto diventa umiliazione, tutto è uno strumento che si rivolta contro i protagonisti.
Eppure non c’è violenza esposta in Funny Games, tutti gli atti di violenza avvengono fuori dallo schermo, Haneke non vuole dare soddisfazione allo spettatore mostrandogli una versione spettacolare e di intrattenimento della violenza, gli interessa unicamente il risultato: sottolineare l’impotenza dei protagonisti e quindi degli spettatori. L’unico atto violento che è mostrato è quello contro i torturatori, ma poi come si sa viene subito negato con un colpo di scena clamoroso che sottolinea ancor di più la volontà del regista, dittatore unico all’interno della sala, aguzzino degli spettatori.

Ma c’è anche in Funny Games un discorso sul cinema e sulla rappresentazione della violenza. Sulla realtà e la rappresentazione della realtà. Un discorso esplicito perchè portato avanti dai dialoghi dei due ragazzi e comunque di condimento alla fruizione di un’opera che mete in scena la corrispondenza diretta tra protagonsti/spettatori e torturatori/regista.

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