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Big City, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Big City Poster italiaRegia: Djamel Bensalah
Cast: Vincent Valladon, Samy Seghir
Durata: 100 minuti
Anno: 2007

A Big City, nel West, tutti gli adulti vengono rapiti e l’amministrazione cittadina rimane nelle mani dei bambini i quali assumono ognuno il ruolo e il lavoro del padre (non si sa cosa succeda in caso di fratelli) nell’attesa della liberazione degli adulti da parte degli indiani che puntualmente avverrà ad opera dei bambini stessi.

Uno strano, stranissimo genere che procede in parallelo con la storia del cinema è quello del cinema dei bambini. Non quello “per bambini”, attenzione, ma quello “dei bambini”, cioè fatto con attori bambini che scimmiottano i grandi.

Sinceramente mi è sempre sfuggito il senso ultimo di queste operazioni, non ho mai capito se sia esclusivamente un cinema per bambini o se sia mirato a conquistare anche i genitori, a costituire cioè quella via di mezzo che denominiamo “cinema per famiglie”, cioè cinema per bambini accettabile dagli adulti come contenuto innocente e simpatico.

Ovviamente di innocente e simpatico non c’è nulla, come mai avviene per il cinema. Nonostante sia quello l’obiettivo. Lo stesso Big City nella sua insulsa benevolenza e scialberia (nonchè nell’assurda scelta di un ambientazione western per un film francese) comunica qualcosa: parla di sessualità ad un pubblico infantile e di integrazione razziale ad uno più maturo, sceglie di non innovare e cristallizzare i ruoli sociali secondo un modello passatista dove le colpe dei padri ricadono sui figli (chi è figlio di un buono è buono, chi è figlio di un cattivo è cattivo e chi è figlio di un pavido è pavido) e soprattutto si fa portatore di valori acclamati come la virilità più spicciola.

Se un cinema per bambini al di fuori della facile animazione esiste (ed esiste) non è certo questo. Questo è cinema facile, quindi facilmente adattabile alla fruizione distratta di un bambino. Il cinema infantile migliore, quello che mette gli spettatori in questione al centro della pellicola senza però prenderli in giro, senza dargli facili risposte ma comunque parlando una lingua sufficientemente semplice, diretta ed empatica è quello di film come Have Dreams, Will Travel o il bellissimo My Very Best Friend (Un Chateau en Espagne). Film invisibili nelle nostre sale (e forse giustamente data la difficoltà di promuoverli adeguatamente) e invece destinati a canali satellitari tematici.

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