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The Gardener Of Eden, la recensione

Di Gabriele Niola

Regia: Kevin Connolly
Cast: Erika Christensen, Lukas Haas, Giovanni Ribisi, Jon Abrahams, Jerry Ferrara, Jim Parsons, David Patrick Kelly
Durata: 88 minuti
Anno: 2007

Volendo essere tutto alla fine The Gardener Of Eden non riesce ad essere nulla.
Infarcito di buona volontà e di quella classica spinta propulsiva che hanno le opere prime, specialmente se fortemente autobiografiche, il primo film di Kevin Connolly è talmente colmo di volontà, idee e cose da dire che alla fine sembra sparare a casaccio in tante direzioni invece che procedere dritto verso la sua metà come un treno nella notte.

E’ la storia (questa poco autobiografica) di un ragazzo che casualmente ferma uno stupratore e viene incensato come un eroe. Questo evento sembra dare nuovo senso alla sua vita e benchè la fama si spenga rapidamente, il giovane pensa di poter cambiare vita, di poter dare un senso a quello che fa aiutando gli altri. Ma essendo intenzionato a farlo più per autocelebrazione e autorealizzazione che per autentica volontà di porre ordine la sua vita da vigilante avrà esito particolari.

Eppure la trama non è dispiegata con la rapidità con cui l’avete letta, gli eventi sono molto dilatati. Tra di loro si inseriscono molti frammenti di vita di provincia americana (questa parte sì autobiografica), inserti che nella loro totalità parlano dell’altro tema sotterraneo e parallelo del film, cioè la mancata realizzazione, il senso di alienazione e solitudine di una vita non povera, ma comunque ai margini di tutto. Una dimensione che comunque è sempre quel nerdismo visto come conditio sine qua non invincibile e non come uno stadio conquistato (in questo è fondamentale la figura dell’amico fascinoso che non è rivale ma amico).

Girato con uno stile che lotta per essere originale ma guarda molto anche a come sono girate le serie per la televisione The Gardener Of Eden non riesce ad emergere nonostante gli evidenti sforzi. Un finale francamente spiazzante, una storia d’amore molto particolare e un modo di raccontare dilatato non gli bastano perchè come detto all’inizio non c’è unità di intenti, Kevin Connoly vuole strafare e finisce per dirigere un film che non è nè carne nè pesce.


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