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Rovine, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Regia: Carter Smith
Cast: Jonathan Tucker, Jena Malone, Joe Anderson, Laura Ramsey, Shawn Ashmore, Dimitri Baveas
Durata: 91 minuti
Anno: 2008

Dall’uscita di Hostel si sono moltiplicati gli horror che indagano le paure legate all’immaginario “turistico” della gioventù benestante spesso in vacanza nelle parti più tranquille di luoghi sconosciuti, pericolosi e legati ad un immaginario poco rassicurante. La cosa curiosa è poi come tutti questi horror che sono seguiti a Hostel siano in fondo migliori del primo esempio.

Rovine in particolare è ambientato in Messico, parte dai classici hotel di lusso frequentati per lo più da americani e dalla conoscenza casuale fatta in loco con un europeo, conoscenza cui segue un’escursione più avventurosa del previsto e ben presto si trasforma in un incubo di ignoranza. Ignoranza perchè il terrore si fonda sull’aver esplorato luoghi che non si conoscono, sull’essere entrati in contatto con culture che prima erano ignote e di cui non si comprendono le dinamiche e sull’essere vittima di fenomeni incomprensibili.

Rovine non è girato affatto male, come molti horror di livello medio ha le sue cadute di stile ma la paura che è in grado di suscitare in certi momenti è forte e gestita con abilità e non teme di scadere nel gore con un’efferatezza lenta ma inesorabile.

Un altro pregio del film è che non si ha da subito il senso di ineluttabilità della morte che incombe. La rassegnazione è suggerita molto lentamente, la situazione pur cambiando di poco risulta sempre peggiore, il salvataggio è sempre meno probabile e a mano a mano che la consapevolezza si fa strada emergono le singole psicologie in una maniera non stupefacente ma nemmeno cretina.

Non siamo ai livelli del grande rigore stilistico che l’anno scorso di questi tempi ci offrì Turistas, ma sicuramente Rovine è un buon horror estivo, capace di agire con intelligenza su alcune paure ataviche e i molti sensi di colpa inconsci del turismo che, partendo dai paesi ricchi esplora con l’arroganza del denaro quelli più poveri.

Questa dell’horror “turistico” è in fondo la riproposizione attualizzata e non stupida dell’eterna dinamica cinematografica dell’uomo normale coinvolto in eventi che gli sono totalmente avulsi e nei quali non riesce a raccapezzarsi. Però ora si aggiunge il conflitto che l’America instaura con il resto del mondo. In questi film in cattivi o gli elementi perturbatori sono di volta in volta gli europei, i sudamericani e in generale tutte quelle popolazioni la cui distanza di mentalità dagli Stati Uniti in un modo o nell’altro è sempre più accentuata dalle vicende di politica internazionale.


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