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Ricordati di me (2003). Muccino-dipendenza.

Di Roberto

Ricordati di me (Italia/Francia/Gran Bretagna, 2003 – Drammatico; 125′) di Gabriele Muccino con Fabrizio Bentivoglio, Laura Morante, Nicoletta Romanoff, Silvio Muccino, Monica Bellucci, Gabriele Lavia, Amanda Sandrelli, Silvia Cohen, Andrea Roncato, Pietro Taricone, Enrico Silvestrin, Blas Roca-Rey, Stefano Santospago.

Il matrimonio di Carlo e Giulia, dopo tanti anni di convivenza atona mai dichiarata, sta andando a rotoli, mentre la figlia Valentina pensa soltanto a come diventare un mito della televisione e il figlio Paolo è in crisi esistenziale; Carlo si ricongiunge con una vecchia fiamma, Giulia sublima il vuoto familiare con il teatro.

Muccino ha ripreso i protagonisti trentenni dell’Ultimo bacio (già ideale evoluzione dei ragazzi dei suoi film precedenti) – tanto che non ha dovuto nemmeno cambiare i loro nomi – e li ha mostrati cresciuti, finalmente adulti, ormai privi dei sogni di gioventù e con prole per parlare sempre e comunque dell’aridità affettiva e della luccicante ipocrisia dei tempi nostri: e, furbetto, non ha fatto che adeguarsi pedissequamente agli stilemi narrativi in voga oggi e girare un American beauty alla vaccinara ( l’inizio con voce narrante che penetra dall’esterno nel quadro domestico è identico, mentre la psicologia – alternativa e ambiziosa – dell’unica figlia nel film di Mendes si sdoppia qui nei due caratteri dei fratelli), con tanto di sguaiatezze coatte, moralismi superficiali (la famiglia è la tomba dell’amore, la televisione è mercimonio di carne, corpi e cervelli, la droga – sia pure un’innocua canna – è un surrogato aberrante e mortale alla sicurezza interiore e alla felicità) e di montaggio che cerca di imitare quello di Magnolia per come cerca di operare una ricognizione del caos contemporaneo. Per alcuni, il film sarebbe il capovolgimento delle situazioni dell’Ultimo bacio e quindi il tentativo di Muccino di rinnovare immediatamente il proprio cinema: niente di più errato, visto che il suo “metodo” resta lo stesso, per niente originale, involontariamente ridicolo e sempre più odioso. Il tono è sempre altamente predicatorio come di chi pensa di avere la verità rivelata sulla condizione della società italiana (e non) e può permettersi dunque di mandare strali e di avere la mano pesante nei giudizi, l’ironia è inesistente o fasulla, l’abuso di luoghi comuni è invadente, la sceneggiatura è piena di citazioni erudite ma non colte e manca del tutto la componente astratta e surreale del dramma: come in una soap opera televisiva, Muccino ha bisogno di drammi aggiunti per elevare la tragedia e risolvere gli snodi narrativi più complessi (esemplare in questo senso il ruolo dell’incidente che occorre a Carlo, o il perché il personaggio di Lavia si riveli omosessuale) e, in maniera delittuosa, relega alla tecnica stupefacente ma sottovuoto il compito di creare pathos, conflitti, psicologie, dimostrandosi assolutamente disinteressato a filmare il dolore interiore, gli sguardi, i silenzi, i mezzi toni, le mancanze e poco attento alle sfumature dei personaggi e agli sviluppi della loro difficoltà di comunicazione reciproca. Certo, è indubbia la sua capacità narrativa e la sua abilità nel dirigere gli attori (anche se chiede sempre di stare sopra le righe), ma se il suo cinema è figlio dei tempi vacui e ipervitaminici che lui vuole concorrere a distruggere, non vuol certo dire che sia per questo specchio dell’attualità. Andrea Roncato appare brevemente nel ruolo di un invecchiato, ingrassato, squallido maschilista: salvo poi scoprire nei titoli che interpreta “sé stesso” (sic); Silvio Muccino, che interpreta Paolo, è il fratello del regista; la Romanoff, modella ventitreenne, è discendente degli zar di Russia.


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