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Kung Fu Panda, la recensione in anteprima

Di Gabriele Niola

Regia: Mark Osborne, John Stevenson
Durata: 95 minuti
Anno: 2008

La Dreamworks nonostante abbia dato vita ad un cinema di animazione in alcuni casi molto molto divertente, non è mai stata a livello della Pixar, nel senso che la storia era spesso mal raccontata e molto esile, giusto un modo di raccordare diverse gag.

Kung Fu Panda finalmente è un passo verso una dimensione davvero cinematografica per la Dreamworks. Senza modificare una virgola del loro approccio veramente divertito e soprattutto divertente (nel film si ride molto, di gusto e mai in maniera stupida), il film riesce anche ad essere un racconto appassionante e convincente (pur rimanendo nei confini di una morale scontata e un po’ buonista).

D’altissimo livello davvero l’animazione, che non è mai stata proprio il forte dello studio di Shrek. Innanzitutto ci sono dei fondali e delle scenografie realizzate con una minuzia rara, ma rara davvero! E poi l’inserimento di molte personalità asiatiche nel reparto animazione dà vita ad alcune sequenze dal gusto estetico decisamente superiore della media (su tutti la sequenza onirica iniziale e la fuga di Tai Lung dalla prigione). Infine i caratteri, il panda protagonista finalmente ha delle movenze caratteristiche empatiche e significative, al contrario degli altri personaggi (animati in fretta e furia si direbbe) il panda Po ha movenze tutte sue, curate e significative che lo rendono un personaggio vero e non un disegno al computer.

Cosa ancor più degna di nota e di plauso poi è il fatto che Katzenberg e soci si liberino d’un colpo del citazionismo che era diventato francamente un appesantimento non indifferente per le loro pellicole.

Ma più che liberarsene totalmente la sublimano la citazione. Kung fu Panda non fa riferimento a nulla in particolare (se non proprio in un paio di scene ai Wuxia moderni di Zhang Yimou) ma in generale è un unico e gigantesco omaggio al cinema e alla cultura cinese. Un omaggio che non si crogiola nozionisticamente nei particolari ma guarda invece con un respiro più ampio allo spirito cinese.

Certo il film è molto americano e interpreta la cultura e il modo di essere cinesi con uno sguardo che viene da occidente, tuttavia il bello è che nella storia e nel modo di affrontare le dinamiche del film di Kung Fu si percepisce amore per il genere, passione ironica per quel tipo di storie e non presa in giro fine a se stessa.

Fastidioso il doppiaggio del non-attore Fabio Volo.


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