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Hulk (2003). “Hulka”, che monnezza!

Di Roberto

Hulk (id., Usa 2003 – Avventura; 138′) di Ang Lee con Eric Bana, Jennifer Connelly, Sam Elliott, Josh Lucas, Nick Nolte, Paul Kersey, Cara Buono, David Kronenberg.

Bruce Banner è diventato uno scienziato quotato proprio come suo padre, il quale, però, compì pericolosi esperimenti di genetica sul figlio: e Bruce, dopo essere stato esposto a una forte irradiazione di raggi gamma, diventa involontariamente il gigantesco verdebilioso Hulk (inglese “mastodonte”, anche con l’accezione di goffo) ogni volta che si arrabbia più del dovuto.

Continua la galleria dei personaggi Marvel trasposti al cinema: in questo caso, già il fumetto di Jack Kirby e Stan Lee (occhio al suo cameo accanto a Lou Ferrigno, interprete del mostro nella celebre e mediocre serie televisiva L’incredibile Hulk) – un fritto misto di King Kong, Frankenstein, Dottor Jekyll/Mister Hyde e fisica quantistica male assorbita – era fiacco e predicatorio, prevedibile e risaputo, oltreché poco interessante dal punto di vista psicologico. Qui, visto che alla regia c’è l’oriundo cinese Ang Lee, si è parlato di allegoria per parlare della famiglia e dei conflitti fra padri e figli (anche la fidanzata di Bruce, Betty Ross, ha qualche problema col padre militare autoritario: peccato che i loro screzi e il loro non parlarsi si risolvano in meno di un minuto), ma la realtà è che il regista stavolta si è disinteressato altamente di qualsiasi approfondimento artistico o metaforico (guai a chi cita impunemente la satira antimilitarista!) e ha sfornato un prodotto completamente anonimo e impersonale, che di mastodontico ha solo la noia e non certo la messe di ormai insopportabili effetti speciali e artifici visivi (come la volontà di rendere cinematograficamente lo stile fumettistico con un abuso assurdo e inutile di split-screen, effetti balloon, dissolvenze elaborate, inserti, immagini dentro immagini, giochi cromatici sulla dominante del verde e di tutte le prodezze tecniche possibili; anche se è stato pure detto, con gustosa fantasia, che la macchina da presa in moto perpetuo voglia riprodurre lo sguardo frenetico e spazialmente “immersivo” del lettore di fumetti). Liberatosi in men che non si dica dell’ingombro di un’infanzia traumatica e di vaghi complessi edipici vari, Lee pensa di emozionare con botti, boati, salti, sparatorie, senza nemmeno provare di buttarla per un momento sul ridere o sul filosofico: alla fine, l’unico dubbio che riesce ad assalire lo spettatore riguarda i calzoni ultraresistenti e ultraelastici di Bruce che – misteri del politically correct – non si stracciano come tutti gli altri indumenti durante la trasformazione. Il finale ambientato nella foresta amazzonica è ugualmente indifendibile nella sua ingenua furbizia: lasciamo le cose aperte, avranno pensato gli autori, che, casomai il film avesse successo, si replica, altrimenti si può sempre trovare la scusa dello sberleffo ironico. La fotografia è di Frederick Elmes, i costumi di Marit Allen, le musiche di Danny Elfman: ce ne dovremmo accorgere? Gli occhi di Jennifer Connelly e di Nick Nolte – ma solo quelli – mantengono la loro dignità anche nel patetico e si meriterebbero ben altro film; Eric Bana è un Pieraccioni ancora meno espressivo e meno simpatico. Dalla sceneggiatura originale è stata tratta una pedissequa avventura a fumetti di Hulk, pubblicata anche sul volume della splendida iniziativa organizzata dal quotidiano La Repubblica a lui dedicato, uscito – con abile manovra commerciale – giusto la settimana prima della data di uscita del film.

Da No Time to Die a Ghostbusters, ecco le nuove date dei film 2021 (in costante aggiornamento)

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