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Il Divo, la recensione

Di Gabriele Niola

Regia: Paolo Sorrentino
Cast: Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Piera Degli Esposti, Alberto Cracco, Lorenzo Gioielli, Paolo Graziosi, Gianfelice Imparato, Massimo Popolizio, Aldo Ralli, Giovanni Vettorazzo
Durata: 110 minuti
Anno: 2008

C’è finalmente tanto cinema, invece che tanti dialoghi, in parecchi film italiani e Sorrentino di certo contribuisce anche con Il Divo nel quale dipinge la realtà molto a suo modo, che è molto il nostro modo. Nel senso che sebbene abbia molti referenti e faccia i suoi film con un approccio più internazionale della nostra media, la chiave di lettura è nettamente in linea con la tradizione italiana. Il grottesco, il comico, il procedere per ellissi e la metafora esibita ci sono sempre appartenute.
Il resto sono fatti reali e sorrentinismi. Il suo Andreotti infatti somiglia moltissimo a Geremia De Geremei il protagonista di L’Amico di Famiglia, un freak a tratti tenero ma in fondo spaventoso, potente nonostante l’apparenza ma continuamente ridicolo nelle movenze e curioso e arguto nel parlare. Ma ancora più in generale è il classico personaggio dei suoi film (L’Uomo In Più a parte) tutto ripiegato nella sua solitudine, che accetta e non combatte, e determinato a mantenere immobile la propria situazione, intento a congelare le cose così come sono, unica maniera per non sconfinare nel peggio.

Ma la forza di Il Divo è sia nell’approccio al concetto di potere visto attraverso Andreotti sia soprattutto nelle scelte fatte per tradurlo in immagini. A partire innanzitutto dalla presenza (ancora una volta) di Luca Bigazzi alla fotografia, vero grande artigiano oscuro (poichè noto solo agli addetti ai lavori) all’ombra di tantissimi (forse tutti) i grandi film italiani degli ultimi 5-10 anni (e vincitore quest’anno dell’unico premio tecnico di Cannes).
Per questo film dove la dominante è l’oscurità (nonostante Sorrentino la volesse evitare per non dipingere un simil-Nosferatu ma al suo incontro col senatore a vita si è proprio trovato in ambienti fatti penombra in pieno mattino) Bigazzi, a fronte della solita perfetta composizione di ogni inquadratura (creativa, funzionale e mai scontata), illumina con precisi tagli di luce ogni volta elementi chiave puntando poi per le scene con illuminazione più normale ma su colori stranianti per ambienti paradossali (tutto il bianco quasi ossessivo della scena con Riina).

Oltre a questo Sorrentino evolve ancora di più il suo stile arrivando dalle parti di Scorsese da cui mutua i movimenti di macchina brevi e secchi a sostituire gli zoom e ad inquadrare con precisione alcuni elementi e da cui soprattutto prende tutto l’approccio alla colonna sonora con musica rock.
Pochi o forse nessuno in Italia sa integrare musica (non originale) e immagini come Sorrentino e forse nessuno l’ha mai saputo fare non essendo qualcosa che ci appartiene o qualcosa che esisteva quando i nostri maggiori autori erano nel pieno della fase creativa. In questo senso Sorrentino porta avanti tutto il nostro cinema adeguandolo da una parte alla modernità ma mantenendolo comunque ancorato alla tradizione, senza dunque perderne lo specifico.


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